lunedì 27 giugno 2016

Pomodori, amiche, compleanni di libri e ricette estive: il gazpacho andaluso della mia Barbaretta

Ho imparato ad amare i pomodori nel tempo.
Ad apprezzarne le varietà, i colori, la consistenza, infine i sapori diversissimi tra loro, dal sodo verde che si può friggere (e che mi riporta alla memoria il mitico grido di battaglia di Towanda in Pomodori verdi fritti alla fermata del treno), al saporito Pomodoro Datterino, al succoso Pomodoro di Pachino, ai morbidi ramati, ai "costoluti", bellissimi, e ai carnosi "cuore di bue", ai Camone, fino ai meravigliosi grappoli appesi del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio, i San Marzano, i pomodori dell'iconografia nazional popolare della "passata" in barattolo o in bottiglia, fino alle mille mila varietà che ancora devo scoprire o che adesso su due piedi non mi vengono in mente.
Il pomodoro è uno di quegli ortaggi (come molti altri, in effetti) il cui sapore risente (o gode) tantissimo della qualità del prodotto, di terreno e clima, della filiera, della modalità di coltivazione, e della stagione.
I pomodori, gli stessi pomodori che siamo abituati a vedere al mercato, dal fruttivendolo, o al reparto ortofrutta del nostro supermercato di fiducia pressoché tutto l'anno, all'inizio dell'estate è come se esplodessero in sapore, profumo ed aspetto, e come loro anche il mio modo distratto e svogliato di guardarli durante i mesi invernali si trasforma.
La loro umiltà piena di sapore li rende onnipresenti nella mia cucina d'estate, dalla spaghettata alla bruschetta, dal pan tomato alla fresella, dai sughetti estemporanei alle zuppe di pesce, e dalle focacce alla pizza!


C'è una zuppa fredda poi, che io amo da matti l'estate. E' il gazpacho andaluso.
E' la mia scelta preferita, quando arriva il caldo e il solleone, dal mio "bibitaro di fiducia" di Roma, insieme alla mia amica Barbara Toselli nelle nostre pause pranzo rubate alle corse e alla fatica dell'ufficio in questi giorni romani supercaldi.
Nonostante sia una zuppa superfacile da realizzare, io non mi ero mai cimentata.
Forse perché mi pareva così perfetta come ero solita consumarla in quel pasto condiviso, tra una chiacchiera, un pensiero, una risata e uno scambio di ciotole o props, che quasi non volevo "rompere l'incanto"...
Poi proprio un recente post di Barbaretta mi è venuto in aiuto, e a quel punto ho pensato che potevo non solo rifarmi alle indicazioni trovate lì, ma anche al libro sulle zuppedella suddetta Barbara!!!

Questo strepitoso ricettario monografico (e non lo dico perché è amica mia, e nemmeno perché io come tutti sanno ho un debole per le zuppe ;-P) è uscito esattamente un anno fa, quando io ero esattamente sott'acqua con un paio di progetti devastanti da portare a termine e quindi assolutamente in difficoltà con la "cucina di casa e di blog".

Il libro, chissà se gliel'ho detto mai così dritto per dritto alla mia amica Barbara, io lo amo proprio.

Si tratta di una raccolta di 80 ricette di zuppe vellutate e minestre per tutte le stagioni. Semplici e ricercate, come lei, meticolose, come lei, colorate e raffinate, accurate. Come lei.

Ti svoltano la cena, esattamente come lei, che mentre parlavamo davanti alla nostra vellutata del giorno, e alla mia idea di farmelo finalmente da me con la sua ricetta, il gazpacho, dopo l'ultima cucchiaiata era già in piedi che mi accompagnava "al verduraio qui dietro l'angolo" a fare la spesa...
" ...Sei etti di pomodori Perini (abbonda abbonda), aceto, peperone rosso, .... Che fai, non ce lo metti il cetriolo? .... La cipolla io la preferisco rossa che è un po' più delicata, ah! al pane se è quallo rustico taglia la crosta... Sai, io il Tabasco lo metto dappertutto..."
Ecco, le chiacchiere che si mescolano alla spesa di tutti i giorni e che finiscono a casa con te davanti al minipimer e alle uova sode, con il sacchetto della verdura e il suo libro tra le mani, a pensare, finalmente con un po' di calma e solo un anno dopo, "ah, quanto è bello...".

Evabeh, in coda al post trovate la sua ricetta che è geniale per quanto è semplice e perfetta nelle proporzioni e nei sapori, e che potete trovare anche qui e nel libro "Che zuppa! Ricette facili e gustose per tutte le stagioni ".

Un ultima nota ancora sulla struttura del libro, che è suddiviso in cinque sezioni:  Basi, che contengono le preziose e impagabili ricette di Barbara per i brodi (gallina, manzo, pollo arrosto, carni miste, vegetale, fumetto di pesce e brodo asiatico di pollo), Guarnizioni, ovvero tutte le finiture, croccanti o meno, che possono accompagnare una zuppa, come crostini di pane, frutta secca, chips, cialdine sfoglie etc., una sezione sugli Strumenti ed una sulle Verdure, prima di entrare nel vero e proprio cuore del libro, ovvero le 80 Ricette divise per stagioni.

Io trovo che questa raccolta di ricette non sia solo bellissima, ma anche perfettamente congeniata, strutturata e sviluppata.
Si fa guardare, ma anche cucinare.
Ed io ci ho messo un anno, ma ve lo dovevo dire. :)


Gazpacho andaluso
ingredienti per 4 persone
600 g di pomodori perini maturi senza pelle*
10 foglie di basilico
100 g di cetriolo pelato e tagliato a rondelle
100 g di peperone rosso
50 g di cipolla rossa di Tropea
60 g di mollica di pane
80 ml do olio extravergine d'oliva
30 ml di aceto
acqua freddissima qb
1 cucchiaino di tabasco rosso
sale olio e pepe nero per servire
qualche crostino di pane a piacere per servire
uova sode a piacere per servire

Raccogliere tutti gli ingredienti (esclusi acqua sale e pepe) nel frullatore (o in una ciotola stretta a bordi alti, se si usa un frullatore ad immersione), e aggiustare pian piano di acqua fino ad ottenere la consistenza desiderata.
In ultimo aggiungere sale (pochissimo, se le verdure sono saporite a mio parere nemmeno serve!) e finire di frullare.
Riporre in frigo per almeno due ore (meglio ancora tutta la notte) e trascorso questo tempo distribuire in 4 piatti.
Aggiungere poco olio e pepe in ciascun piatto, e poi finire con qualche crostino di pane o uova sode tagliate a pezzetti.


*spellati incidendone la pelle con una punta di coltello e tuffandoli in acqua bollente qualche secondo e poi tagliati in quarti e privati dei semini (io ho fatto metà spellati e metà con la pelle perché il mio frullatore non è potentissimo ma secondo me si può fare benissimo anche tutti con la pelle, per preservare integralmente le proprietà nutritive



martedì 21 giugno 2016

Torta di mandorle, miele e polline

Buongiorno!
Ecco la torta che avrei voluto postare ieri, ma sabato e domenica mi son fatta prendere così tanto la mano dalla cucina che poi tempo di scrive ce n'è mica stato... :)
Vabè, magari oggi abbiamo anche più fortuna di ieri (a Roma la mattina presto pareva estate e alle 14 veniva giù l'iradiddio), e con qualche raggio di sole in più ce la godiamo anche meglio, 'sta tortina di oggi.
E' una leggerissima rivisitazione di una ricetta che ho letto sull'ultimo numero di Saveurs e che mi ha folgorata all'istante, per l'uso di mandorle e miele, ma soprattutto per quello del polline d'api su un dolce.
Siccome io adoro il polline d'api e per lo più lo consumo mescolato a miele e yogurt, vederlo su una torta mi ha davvero entusiasmata.

Inoltre, questa torta è priva sia di glutine che di lattosio, e la cosa mi ha incuriosita.
Ne risulta infatti una consistenza compatta che grazie a questo "bagno di miele" ha quasi qualcosa di orientale".

Una volta tagliata, mi è venuto in mente di mangiarla come faceva a volte mia cugina quando vivevamo insieme durante l'università con i plumcake o i ciambelloni compatti: li tagliava a pezzi piccoli e li immergeva nello yogurt bianco.
Io ho fatto quasi in automatico, con questo ricordo ritornato vivissimo nella memoria come un gesto appena riscoperto, la stessa cosa: yogurt polline miele e torta a pezzetti piccoli.

Vabe', dato che son fiacca anzichenò 'sti giorni, la amo già alla follia, 'sta tortina, col suo portato di sole, oro, mandorli e api... ;-P

Torta di mandorle, miele e polline (senza lattosio, senza zucchero e senza glutine)*
ingredienti per uno stampo da 20 cm
150 g di miele di acacia (si può ridurre fino a 120)
3-4 cucchiai dello stesso miele per la finitura
80 g di farina di mandorle**
90 g di burro di mandorle***
3 uova
60 g di farina di riso
2-3 cucchiai di polline (per la finitura)
un pizzico di sale

Preriscaldare il forno a 150 °C e oliare e infarinare con la faribna di riso una tortiera di 20 cm di diametro (oppure foderarla di carta da forno).
Con lo sbattitore elettrico a media velocità sbattere le uova (senza montare) e aggiungere il miele a filo continuando a battere.
A questo punto aggiungere la farina di mandorle, il burro di mandorle e la farina di riso e il sale, sostituendo le fruste con la "foglia" se si usa un'impastatrice, o passando al cucchiaio di legno se l'impasto dovesse risultare troppo denso per le fruste elettriche.
Cuocere nel forno già caldo per 30-40 minuti.
Sfornare, sformare e una volta fredda ricoprire di miele e di polline.

Se volete prepararla in anticipo vi consiglio di finirla all'ultimo col miele restante e il polline, perchè è buona anche "imbevuta", ma se volete avere il miele in superficie meglio metterlo all'ultimo.



* leggermente riadattata da Saveur

** ottenuta tritando finemente 80 g di mandorle già spellate e leggermente tostate
*** in vendita nei negozi bio. Io la faccio da me con la ricetta del mio libro All'ombra dei mandorli in fiore , che è semplicissima: basta tritare in più riprese, e fino ad ottenere una purea, il quantitativo di mandorle interessate e leggermente tostate in forno, senza aggiungere grassi o altro (salvo scorzetta di limone o vaniglia o aromi a piacere a seconda dell'uso :))

venerdì 17 giugno 2016

Pizza semintegrale a lenta lievitazione con feta spinaci pinoli e pesto: buon finesettimana!

Roma comincia a svuotarsi.
Lo vedo la mattina quando il mio autobus non passa e ne prendo uno a casaccio per non restare ferma le ore alla palina e poi faccio il tratto di strada (a volte lungo) che rimane a piedi.

Le macchine cominciano a sparire (e non solo il finesettimana), e lasciano spazio ad altri suoni.
Si cominciano a sentire, anche se ancora solo leggermente, i rumori dei passi.

Quando sono a casa mia, nelle Marche, sentire il rumore dei miei passi, o quelli dia altri, mi riporda ad una dimensione domestica dello spazio intorno a me.
Misurabile.

Sono quelle cose che il tuo cervello decodifica ma che tu non ti dici esplicitamente (sono a casa, ed è tutto così meraviglioso che riesco a sentire il rumore dei miei passi), eppure le senti.
E più le senti più sai che significa calma.

Il rumore dei passi su uno stradello di montagna, quello dei tacchi dei miei stivali il primo pomeriggio nel giorno di Natale, quando la città è un po' assopita ed io vado a trovare mia cugina per un caffè (e quindi si sentono bene, sul selciato del centro storico), il suono dei passi per me ha un sapore di calma, e sento che manmano Roma, nella misura in cui può, mi sta "mollando" un po' di questo suono.

Parallelamente, non so ancora bene se per uno strano concorso di tutti i sensi che si fanno l'occhiolino l'uno con l'altro, o semplicemente perché ci sono meno motori in giro, sento più facilmente gli odori.

Ieri mattina in mezzo ai passi è arrivato odore di pizza.
Avete presente l'odore di pizza "del forno"?
Quella che vi vendono a quadretti già tagliati e che sta esposta accanto alle pagnotte e ai grissini, quella della merenda delle medie o delle superiori (ma non sempre, che in genere si porta da casa) e che ti fa tanto "quel piccolo lusso quotidiano" da infilare in cartella in mezzo astuccio e vocabolario di greco.
Bene ho sentito quella.
E mi è venuta voglia di pizza a casa.

Ho usato di nuovo una parte di semintegrale, ci vado matta, e l'impasto è venuto perfetto, l'impasto della pizza che avrei sempre voluto fare. Morbido, croccante e con le bolle quanto basta perché ben idratato e lievitato piano piano piano...
Dev'essere per via di quei suoi, e di quegli odori, che come te li riprendi, poi pare che venga tutto meglio...

Buon finesettimana :-*

Pizza a lenta lievitazione con feta spinaci e pesto
ingredienti per 4 pizze al piatto (4 persone)
per l'impasto
300 g di farina semintegrale (tipo 2)*
100 g di farina di forza (tipo Manitoba o con una W oltre 350)
270 g di acqua tiepida
100 g di lievito madre (aumentabile fino a 120-150)
10 g di olio Extravergine di oliva
8 g di sale
per la farcitura
500 g di spinaci già puliti
250 g di formaggio feta
250 gr di mozzarella scolata del suo liquido
50 g di uva di Corinto ammollata in acqua (o uvetta - facoltativa ma ci sta bene)
20 g di pinoli per il pesto + 20 da lasciare interi
basilico un paio di generose manciate
Olio extravergine d'oliva
aglio
peperoncino

La sera prima
Sciogliere il lievito madre nell'acqua tiepida e mescolare le farine.
Aggiungere il composto di lievito ed acqua alle farine mancano, impastando a mano o con l'impastatrice.
Aggiungere sale e olio e continuare ad impastare ben bene fino ad ottenere un composto liscio ed elastico (aggiungere poca farina se occorre).
Ottenere una palla e lasciarla riposare sul piotano di lavoro per 10 minuti.
Nel frattempo ungere con l'olio d'oliva una ciotola (o la stessa ciotola dell'impastatrice) e disporvi la palla di impasto.
A questo punto prendere un lembo esterno di pasta, allungarlo, tirandolo, di lato, e premerlo al centro della palla, ruotare leggermente la ciotola e fare lo stesso con un lembo immediatamente vicino al primo, e così via, portando al centro tutti i lembi di pasta, ruotando fino a completare un intero giro (sono circa 8-10 volte) e ad ottenere come una palla schiacciata al centro.
Far riposare altri 10 minuti e ripetere questa operazione 4 volte in totale.
Ho appreso questa tecnica, che aiuta ad aumentare la forza dell'impasto, leggendo il libro Come si fa il pane. Ricette passo a passo per pane e dolci da forno, e devo dire che giova davvero agli impasti. Ci vuole molto più a scriverla, o anche a leggerla, che a farlo! (ed è ovviamente facoltativa)
A questo punto far lievitare senza toccare ulteriormente l'impasto per tutta la notte in frigo e fino al raddoppio.


La mattina successiva
Rovesciare delicatamente l'impasto sul piano di lavoro infarinato, dividerlo in 4 parti uguali e formare 4 palline.
Lasciar lievitare ancora un'ora.
Nel frattempo preparare il condimento.
In un ampio wok far dorare uno o due spicchi di aglio e il peperoncino a pezzetti nell'olio d'oliva, e poi farvi appassire velocemente gli spinaci lavati, asciugati e tagliati grossolanamente a strisce.
A fuoco spento aggiungere l'uvetta scolata e strizzata. Mescolare e aggiustare di sale (ma pochissimo, dato che poi andrà aggiunta la Feta. Tenere da parte.
Stendere i 4 dischi di pizza picchiettandoli delicatamente dal centro verso l'esterno nelle teglie unte di olio, poi condire con gli spinaci, la feta a cubetti e la mozzarella a fettine, 20 grammi di pinoli, e cuocere in forno al massimo della sua potenza (nel mio caso 250 °C) fino a che la crosta non adorata e croccante.
Nel frattempo fare un pesto veloce tritando il basilico con i pinoli restanti e poco sale.
Usarlo come dressing da aggiungere in ultimo, al momento di servire la pizza ancora calda.

* se possibile di forza medio-alta, ovvero W 280 - 350. Se non avete a disposizione tale valore, un espediente per orientarsi è aiutarsi leggendo la parentale di proteine, che per una farina medio forte si aggirano intorno ai grammi 12,5 su 100 (guardate l'etichetta sulla confezione ;))
Qui trovate la mia personale bibbietta sule farine, invece (grazie Dario ;))


lunedì 13 giugno 2016

Zuppa con moscardini vino rosso e pomodoro

Ecco, arriva il mio mese, giugno, ed io attacco come di consueto con i miei personali compitini delle vacanze: il pescetto!

Sì perché non appena l'estate si fa viva io ce la metto tutta e mi applico col piatto che per mia "formazione" è il più lontano, dato che sono nata in mezzo all'Appennino e che i legumi, quelli sì, la carne di maiale, le erbe "strascinate in padella" i biscotti impastati con lo strutto e compagnia bella, quelli sono il mio pane quotidiano, o meglio, non esattamente cosa mangio quotidianamente ma sicuro cosa cucino senza troppi pensieri.

Ci sono gesti, come l'impastare, nel mio caso, per dire, che in qualche modo e in qualche tempo ti sono entrati dentro, mentre altri (pulire il pesce, cucinarlo) che pare si impuntino da qualche parte prima di "liberarsi" ai fornelli di casa mia...

Che poi è davvero bizzarro, perché è così facile (cucinare il pesce): gliene devi fare davvero poche. toccarlo il meno che si può, ed è subito pronto, subito buono.

Quindi ecco il mio esercizio per questo inizio estate 2016.

Un inizio che non è esattamente di sole pieno, e quindi, dato che il tempo di questi giorni è un po' bislacco e ogni tanto ci assesta una pioggerella o un temporale, io ieri (domenica), mi sono presa questa licenza poetica di cucinare dei moscardini (ovvero dei molluschi simili al polpo ma più piccoli e meno pregiati) col vino rosso.

Sono assolutamente entusiasta del risultato (si tratta di un piatto semplice e saporito), e come ogni volta che il pesce e molluschi finiscono sulla mia tavola, all'ultimo boccone me ne esco con un rassicurante (e alquanto comico, dato che ormai reiterato) "oh, ma dovrei cucinarlo più spesso il pesce, sai?" ;-P)

E' una zuppa perfetta per essere servita con fette di pane rustico tostate, oppure come minestra di pesce e pasta (tipo fregola sarda), o anche entrambe, se proprio vogliamo essere generosi di carboidrati (nel mio caso avrei voluto scattare le due versioni separate, ma l'ora di pranzo si avvicinava e questa volta hanno prevalso l'entusiasmo per il piatto e l'appetito... Tutto in uno scatto quindi! ;-P)


Zuppa con moscardini vino rosso e pomodoro
ingredienti per 4 persone
1200 gr di moscardini già puliti
1 cipolla rossa
prezzemolo qualche rametto (abbondante)
1 o 2 spicchi di aglio
1 o 2 peperoncini
olio extravergine d'oliva
150 ml di vino rosso (io ho usato Sangiovese di Romagna)
1 barattolo di pomodori pelati
1 cucchiaio di pomodoro concentrato
200 gr di fregola sarda (a piacere)
sale

Tagliare i moscardini a pezzetti (se sono molto piccoli si possono anche lasciare interi) e tenere da parte.
Tagliare i pelati in due o tre pezze tenere da parte.
Preparare un trito con la cipolla e circa metà del prezzemolo, schiacciare l'aglio e togliergli la pelle e il bulbo interno, tagliare sottilmente il peperoncino, e mettere tutto in un'ampia casseruola insieme ad un filo d'olio.
Far soffriggere molto dolcemente fino a che la cipolla diventa trasparente, e a qual punto aggiungere i moscardini.
Lasciar insaporire qualche minuto e poi versare nella pentola il vino rosso. Lasciar sfumare e a questo punto aggiungere i pelati, la loro polpa e il concentrato di pomodoro diluito in acqua (circa 400 ml, io uso la lattina della polpa di pomodoro per regolarmi).
Proseguire la cottura per 30-40 minuti aggiungendo acqua calda se necessario (lo è a mio parere per diluire al punto giusto la minestra), a questo punto aggiustare di sale e in ultimo (a piacere) aggiungere la fregola e lasciar cuocere per altri 10 minuti circa.
Servire calda, spolverata di abbondante prezzemolo tritato.

Altri piatti "d'estate" (i miei compitini di giugno-luglio, ogni anno :)):
Minestra di fregola con le arselle
Zuppa di vongole con patate pancetta e latte (Clam Chowder)
Moules marinières
Insalata di gamberi, rucola, e albicocche grigliate
Branzino al forno e finocchietto selvatico
Padellata di vongole
Linguine al pesto di mandorle al nero di seppia

E altri piatti di pesce (che secondo me valgono anche se li ho cucinati e postati d'inverno! ;-P )
Linguine al pesto di mandorle e broccoletti con cozze, pepe e pecorino
Passatina di ceci con gamberi alla paprica e vino bianco
Linguine al pesto di rucola nocciole e sgombro

Mi impegno molto, no???? :D

Ciao ciao a tutti e buonissima settimana

giovedì 9 giugno 2016

Era di sabato mattina (il mio primo corso di food fotografia)...

Era un sabato mattina quel giorno che sono "salita sul cavallo dei miei pantaloni" e superando il mio senso di inadeguatezza, il mio perfezionismo sempre inappagato, e la mia profonda timidezza, sono andata a conoscere Giulia, una persona per cui ho sempre avuto una immensa stima e che il web mi ha fatto questo enorme regalo di darmi come amica anche reale, e a partecipare al mio primo workshop di fotografia tenuto da Dario Milano a Casole d'Elsa.
E' stato un primo piccolo grande passo.
Lì ho conosciuto di persona, oltre a Giulietta, anche Elisa Ceccuzzi, Valeria Necchio e Benedetta Jasmine Guetta, blogger che nel frattempo sono cresciute come me nella nostra passione, e che sono diventate vere e proprie amiche e colleghe.
Io sono una crede nei passetti cocciuti e solidi verso le proprie passioni.
Silenziosi, faticosi, entusiasti, caparbi e costruttivi.
I passetti così li fai che nemmeno ti accorgi a volte, metti un piede, poi un altro, a testa bassa, quasi cercando di non dare nell'occhio, nemmeno a te stessa.
Altre volte ti sembrano invece difficili, e poi, appena superati, neanche li senti più, e sei già lì che ne vuoi fare un altro, che vuoi mettere avanti un altro piede, per fame, curiosità, per voglia di scoprire, di conoscere, di imparare qualcosa di nuovo o magari anche solo confrontarti con chi è come te (o diverso da te!), portandoti di volta in volta addosso gli effetti, la memoria, un ricordo, una competenza, un modo altro di vedere e fare.
Poi ad un certo punto, facili o difficili, piccoli o meno, ti giri e capisci che erano reali, e che è vero che un pezzetto per volta succedono delle cose...

Tra queste il blog, le storie, la cucina, e anzi a volte anche sopra a tutte queste, c'è la fotografia. Già, la fotografia.
Io e la fotografia abbiamo una storia d'amore che dura da anni.
Sono una di quelle storie d'amore e di sfinimento che sembrano non dover finire mai anche se ti spossano, ti stancano, oppure ti portano alle stelle e ti rendono felice e poi triste per un nonnulla, ma non molli perché senti che sei tu dentro alla foto o a volte la foto è dentro di te e devi solo farla uscire.

Le foto, io lo dico sempre, sono lì, sono lì che aspettano i nostri occhi e il nostro cuore (in ultimo la nostra macchina fotografica, qualunque essa sia). Aspettano di essere colte, prese, afferrate, consumate, e a volte coglierle e afferrarle forte non è così facile.
Io mi ricordo benissimo come mi sentivo all'inizio della mia storia d'amore con le foto. Sapevo esattamente cosa volevo, ma non sapevo come fare. Le vedevo nella mia testa ma non riuscivo a restituirle, a "liberarle", e allora è lì che è nato quello che per anni è stato una sorta di corteggiamento serrato, tra me e loro. Ed è da lì che è nata la mia abitudine a scattare tanto.



La luce. Cogliere la luce. Poi metterci il piatto, il cibo. I props le carabattole e compagnia bella. Ma la luce era la mia bestia nera, perché non c'era a casa mia, il posto dove scattavo (e scatto ancora), o almeno io "credevo" che non ci fosse, ad occhio nudo "non si vedeva".
La luce e poi lo spazio. Rendere lo spazio.
A pensarci ora sono le mie due fisse di architetto, che cercavo in quelle foto.
La luce come la volevo io e lo spazio come lo volevo per chi guardava. Come volevo che la foto portasse chi guardava in uno spazio, o in uno stato d'animo.

E allora lì partiva il "corteggiamento", una sorta di danza intorno a un totem, scatto dopo scatto, millimetro dopo millimetro, briciola su briciola e foglie e stoffe e legni e odori e sapori. Volevo che ci fosse tutto, e spesso pensavo di volere troppo.
Alla fine di questa danza estenuante io ci arrivavo distrutta, sfinita, arresa. Ma felice. Perché la foto, le foto, diventavano piano piano sempre più "mie", o forse io sempre più "loro", ed ero contenta così.
Non sempre del risultato, ma del percorso, ovvero quel percorso che cominciava a mescolare il corteggiamento, la testardaggine del mulo, i libri che leggevo, le foto che studiavo, le infinite critiche alle mie, e i corsi che seguivo, come quello di Dario da Juls o di Ellen Silverman a Londra.

Alla fine non lo so cos'è successo, e come è successo.
Ma fotografare è diventato come più naturale che guardare, anzi, Monsieur Patou per prendermi in giro mi dice che ora per vedere davvero qualcosa, per capirla, ho bisogno di una macchina fotografica attaccata alla faccia.
E' vero, è così. La macchina fotografica sono i miei occhiali. Ma degli occhiali speciali, perché hanno anche testa e cuore.

Adesso, dopo tanto tempo, so cosa succede attraverso i miei occhi e nella mia testa quando scatto una foto. E sono in grado di dirlo anche a voi.
Occhi e testa, e ognuno poi ci mette il suo cuore.

Adesso, e sarà di nuovo un sabato, me ne andrò in Toscana da Giulia "sul cavallo dei miei pantaloni".
Dovrò ancora una volta vincere la mia timidezza, il senso di inadeguatezza e il perfezionismo, o al limite li nasconderò come meglio so fare, ovvero con la chiacchiera, ma finalmente potrò raccontare anche a voi tutto quello che per me c'è dietro ad una foto di cibo (e di paesaggio), da dove e come nascono le mie foto, e dove e come possono nascerne di vostre.
Il 9 luglio, esattamente tra un mese, terrò insieme a Giulia Scarpaleggia e nel suo nuovo spazio JK Studio il mio primo corso di food fotografia.

Io parlerò della storia che sta dietro a una foto, di come nasce una foto (lo scatto, la composizione, l'inquadratura), e Giulietta di come le foto possono raccontare una storia.

E poi ovviamente impiatteremo fotograferemo e mangeremo insieme, e ci sarà da fare e da parlare, ohssì se ci sarà da parlare.

Sono molto contenta dell'impostazione cha abbiamo dato alla giornata, perché potranno parteciparvi sia i neofiti che coloro che sono già "navigati": il racconto e la composizione sono infatti estremamente trasversali rispetto al livello che ognuno di noi ha già conseguito, e la composizione fotografica cammina a mio parere sempre in parallelo alla perizia tecnica specifica della ripresa.

Ovviamente si parlerà anche delle basi della fotografia, di come allestire un set fotografico, delle diverse esigenze fotografiche (mood, stili, props), e di food styling.

Sono emozionantissima e già penso che 8 ore non basteranno per tutte le cose che vorrei (che vorremmo!) dirvi, che ho scoperto di avere da dirvi.

Allora, siete pronti????
Per qualsiasi informazione o per iscrivervi potete compilare il form QUI, o mandare una mail a juls@julskitchen.com, o anche scrivere a me a vanigliacooking@gmail.com, o anche commentare, fare domande di ogni genere (tipo "io ho solo ila macchina fotografica compatta, posso partecipare lo stesso???" - domanda tipica che facevo io stessa all'inizio ;)) direttamente qua sotto...


Allora eccoci. Partiamo.
Io vi mando un abbraccio e non vedo l'ora di conoscervi di persona, macchina fotografica attaccata alla faccia ;-)



lunedì 6 giugno 2016

mini plum cake senza uova né lattosio con earl gray, cioccolato e avocado

Eheheheh, buongiorno a tutti!!!!
Sono sparita una settimanella per via del mio compleanno... :D
O meglio, per via delle solite corse matte di tutti i giorni e poi di seguito il mio compleanno, che è fortuitamente vicino alla Festa della Repubblica e pertanto una tappa (quando ci dice bene e non siamo sotto consegnissima ;)) quasi obbligata di riposo nell'arco dell'anno.

Un riposo che ci voleva davvero tanto, il mio personale pit stop di inizio giugno per ricaricare le batterie ed assaggiare un pezzetto di estate e di mare, anche col tempo incerto, col sole che va e viene, nuvolette adesso sì adesso no e compagnia bella.
Ma anche treno e casa, sorelle, genitori, torte, nipoti, cugini bagnasciuga e la prima meravigliosa salsedine dell'anno.

Quindi ecco, non mi avete vista qualche giorno ma oggi eccomi qui pimpante più che mai con un dolcino nero nero e pure un tantinello vegan di cui sono è un bel po' di tempo che vorrei parlarvi.


Nei primi mesi dell'anno infatti ho iniziato a collaborare con il Molino Pivetti.
Vi ricordate? Ve ne avevo parlato qui e qui e all'epoca ci stavamo solo ancora conoscendo.
Poi le cose sono andate avanti ed io ho continuato a testare le loro farine, e quest'anno sto elaborando delle ricette ad hoc per il loro sito, insieme ad altre colleghe blogger e autrici.
Insomma, questa che vedete qui e che potete trovare anche nel Blog Pivetti insieme ad altre che arriveranno man-mano (e non solo mie!) è la prima di una lunga serie.
Ho pensato di parlarvene anche qui nel mio spazio perché sono molto ma molto contenta di questo mio primo esperimento veg con l'avocado al posto delle uova.
I dolcini restano morbidi e compatti, e sto meditando una versione anche con un latte vegetale.
Il cioccolato, chevvelodicoaffà, ci sta dadio, e il tè nero pure.
Mi sembrano perfetti per chiudere in bellezza i festeggiamenti dello scorso week end e per iniziare la settimana con quel non so che di sprint (e supersano) che non c'è niente da fare, il lunedì CE vòle.



A seguire la ricetta, e anche se la foto non è splendida, in coda anche uno scatto del tortino spezzato in modo che possiate vedere com'è dentro!

Buon lunedì dunque, buona settimana, ma soprattutto buon giugno, il mio mese...

Tortini veg con earl gray cioccolato e avocado
ingredienti per 6 tortini
220 g di farina 00
30 g di cacao in polvere
150 g di zucchero di canna
purea ottenuta frullando mezzo avocado (pari a 110 g)
350 g di earl grey molto forte, a temperatura ambiente
80 g di cioccolato fondente grattugiato
1 bustina di lievito per dolci

Preriscaldare il forno a 180 °C.
In una ciotola unire la farina alla purea di avocado, poi aggiungere il tè, e, continuando a mescolare, il cacao, poi lo zucchero, poi il cioccolato fondente ed infine il lievito.
Mescolare bene fino ad ottenere un composto omogeneo e versare in stampini monoporzione o stampini da muffin.
Cuocere in forno per 20 minuti circa (fare la prova inserendo al centro dei dolcetti uno stuzzicadenti che dovrà uscire pulito).





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