lunedì 16 febbraio 2015

Come vorrei fare davvero due chiacchiere...

Chiacchiere con olio d'oliva, agrumi e Grand Marnier.

Come vorrei fare davvero due chiacchiere, oggi.
Vorrei fermarmi un attimo a parlare del carnevale. Dell'odore inebriante del fritto quando ero bambina, e di quello di zucchero per le strade andando ad una festa in maschera.
Lo sento anche adesso, nei pomeriggi di febbraio che precedono la festa. Lo zucchero che finisce sulle frittelle ha un odore, e in certe strade di periferia a Roma si sente e fa sorridere da sotto la sciarpa che ti imbacucca.

Vorrei fermarmi in attimo a parlare di questa festa in questo strano mese troppo lungo per essere così corto (credo di avervelo già scritto), dell'allegria malinconica dei coriandoli, del mio abito in maschera preferito, delle tradizioni (culinarie) diverse in tutta Italia, delle castagnole come si fanno dalle mie parti "vuote" dentro e intrise di miele fuori; ma di nuovo il vento di febbraio, questo mese che malsopporto, questo mese freddo e difficile, accelera i miei tempi e mi scombussola un po'.

Oggi (cioè ieri, per chi legge) impastavo queste chiacchiere e intanto ero concentrata sugli altri impasti che avevo in giro per casa, e sul lavoro, sugli scatti, su ciò che avrei dovuto fare e che farò nel prossimo mese-mese e mezzo, ovvero cucinare e fotografare (più del solito), più l'ufficio, più la famiglia, più lo sforzo di osservare ritmi il più possibile normali.

E, non so se capita anche a voi (a chi di voi che legge fotografa anche per lavoro o diletto quello che cucina), ma avevo mille foto in testa, di questa preparazione carnascialesca.
Mille scatti in testa, uno per ogni mia singola azione, uno per ogni gesto, ma poco, poco tempo.
Così dei mille scatti ne sono riuscita a strappare al tempo solo uno o due, ovvero quello che vedete qua sotto, che era quasi buio, ed io già stanca morta per tutto il resto fatto o ancora da fare.

Quindi sì, un po' stanchino ma tutta orgogliosa di essere riuscita, anche quest'anno, a propinarvi un frittino.

Si tratta di chiacchiere, che era la prima volta che facevo (io non sono una grande friggitrice in effetti), che ho pensato di impastare con olio extravergine d'oliva, scorze d'agrumi e Grand Marnier.

Sono venute belle asciutte e fragranti, e vuote dentro come dovrebbero essere.
L'ideale a mio parere è consumarle appena calde, ma anche dopo male male non sono! ;-P

Con queste dosi ne vengono un paio di bei piatti (per mie una marea!).

Chiacchiere all'olio d'oliva, agrumi e Grand Marnier
ingredienti
300 g di farina (più quella per lavorare
2 uova
25 g di zucchero*
25 g di olio extravergine d'oliva
50 cc di Grand Marnier
la scorza grattugiata di un'arancia non trattata
la scorza grattugiata di un limone non trattato
sale
olio per friggere
zucchero a velo

*una decina di grammi in più per chi ama il che il sapore dei dolci sia abbastanza dolce

Sulla spianatoia o in un'ampia ciotola mettere la farina a fontana, le uova al centro, lo zucchero, un pizzico di sale, il grand Marnier e l'olio exravergine d'oliva sopra.
Cominciare ad impastare con una forchetta, amalgamando manmano gli ingredienti, poi formare con l'impasto una palla liscia ed omogenea, da far riposare coperta una mezz'oretta.
Trascorso questo tempo, dividerla in due e stendere ad una ad una le parti su un piano ben infarinato ad uno spessore di circa un millimetro.
Tagliare con una rondella per ravioli in piccoli rettangoli, poi, sempre con il tagliapasta per ravioli, praticare in ciascun rettangolo un ulteriore taglio**.
Friggere in olio bollente per pochissimo (a me sono bastati due secondi contati: uno per lato), trasferire su carta assorbente da cucina, infine cospargere di zucchero a velo e servire calde.



** Per dare una forma diversa alle chiacchiere, ho imparato dalla mia amica polacca Margherita (quella delle ricette del Makowiec in due versioni e del Tarciuch)del  il modo in cui si tagliano in Polonia: i bordi lì sono lisci, e la fessura centrare viene utilizzata come "asola" per arricciarvi dentro una delle due estremità.
Il metodo mi è piaciuto molto e credo non abbia solo ragioni "estetiche": i due singoli "tortiglioni" infatti che compongono la chiacchiera sembrano diventare più gonfi, in cottura, di quelli piatti "all'italiana".
Se vi va di provare, basta sostituire la rondella per ravioli con un coltello o una rotella tagliapizza, e arrotolare su se stessa una delle due estremità della chiacchiera.

sabato 14 febbraio 2015

Amore, grano saraceno e cioccolato

(e la sciccheria della Kasha di grano saraceno pralinata... ;-))

Buongiorno e buon sabato a tutti!!!

Ecco, io avrei voluto postarvela ieri, questa strepitosa e al tempo stesso semplicissima ricettina qui...
Almeno per darvi il tempo di accattare quei picchi interessanti (e perfetti) ingredienti di base e far trovare queste tartellette al vostro amore per la colazione di stamattina.

In verità questo è un dolce che io personalmente vedrei molto bene per l'ora del tè o come dessert per una cena (anche di soli due coperti ;) <3 ), quindi, dato che so che qualcuno di voi ha già fatto la torta salata di lunedì, vi giuro che a fare e cuocere questi gusci e poi a fondere poco cioccolato con la panna non ci vuole proprio nulla, quindi ecco, vi saltasse in testa all'ultimo (cosa tipica mia) di preparere oggi stesso un dolcino per la persona a cui volete bene (e qui metto anche una mamma un babbo una sorella o un fratello, un'amica speciale, i cugini, le colleghe, insomma che sia un San Valentino allargato, che l'Amore è generoso... ;))

Ah, la sciccheria del grano saraceno!

Vi avevo raccontato, no, lo scorso lunedì della Kasha di grano saraceno?
Una volta tostata in forno e sgranata io l'ho messa in un barattolino, e la sera stessa mi domandavo "cosa posso farci cosa posso farci". Sempre la sera stessa, incaponitami di farne una "versione dolce", ho avuto la geniale pensata: la caramello con poco zucchero in un padellino e la schiaffo in delle tartellette anche loro fatte di grano saraceno, con il cioccolato, che è d'obbligo co'sto fredde  di questi tempi di feste di innamorati.

E insomma eccole qui, le tartellette.
Mi ricordavo che la mia amica Barbara le aveva postate tempo fa, ispirandosi ad una ricetta di Saveurs, e mi ricordavo di avere anche io quel numero (vabè la country girl che alberga in me di quel numero era rimasta colpita da muffin alla crusca ;)), e sono andata a riprendermi la ricetta della rivista, salvo poi scoprire che a pensare di caramellare la kasha non ero stata io la prima persona al mondo ( ;-P ), e che proprio questo anche gli illustri signori avevano pensato...

Ehvabè, voi tanto prendete lo stesso per buona la mia genialata di qualche giorno fa, e magari riuscite anche al volo a cucinare queste tartellette.
Sono certa che non ve ne pentirete... :)

Tartellette di grano saraceno, con ganache al cioccolato e Kasha caramellata.
per la pasta per 4 tartellette
150 g di farina di grano saraceno
75 g di burro + poco per le teglie
1 pizzico abbondante di sale (facoltativo)
30 grammi di zucchero di canna in cristalli
1 uovo
per la ganache al cioccolato
300 g di cioccolato fondente
20 cl di panna
50 g di kasha di grano saraceno (la ricetta qui)
20 g di zucchero di canna in cristalli

La ganache è molto buona, e ci sta un gran bene, ma io avrei molta voglia di riprovare questi fantastici gusci croccanti, con quella che è per le il top delle ganaches al cioccolato, cioè questa.

Per la pasta, mescolare in una ciotola la farina, il sale e il burro, "pizzicando" velocemente con la punta delle dita fino ad ottenere un composto bricioloso. A questo punto aggiungere l'uovo ed impastare velocemente e cercando di non scaldare troppo l'impasto. Ottenere una palla un po' schiacciata, coprire e far riposare in frigo almeno un'ora.

Trascorso questo tempo preriscaldare il forno a 180 °C, imburrare e infarinare gli stampini, poi stendere la frolla ad uno spessore di circa 3-4 mm e foderarvi gli stampi preparati.

Cuocere nel giorno già caldo rivestiti di carta da forno e cosparsi di pesi da cottura o legumi secchi. Cuocere per 8-10', poi togliere carta e legumi e proseguire la cottura per altri 5'.

Sfornare e lasciar freddare completamente su una griglia.

Nel frattempo tagliare il cioccolato in pezzi e scaldare la panna, poi versare quest'ultima sul cioccolato e mescolare fino ad ottenere una ganache omogenea.
Far intiepidire e versare nelle tartellette.

In un pentolino far sciogliere a fuoco dolce lo zucchero, poi versare la kasha do grano saraceno grossolanamente tritata al coltello. Aggiungere uno o due cucchiaini d'acqua se occorre. Lasciar caramellare qualche minuto e poi trasferire, ben distanziati gli in dagli altri, su un foglio di carta da forno. Utilizzare la kasha così ottenuta per finire le tartellette.





mercoledì 11 febbraio 2015

Zuppa calda di grano saraceno e porri

Dicevamo qualche tempo fa che alcune zuppe o vellutate su questo blog sono solo accidentalmente detox, dato che alla fine la sottoscritta sta sempre a frullare e scaldare e vellutare e bere robe sane e calde, e insomma non è che faccia notizia una brodaglia da'ste parti ;-P...
Solo che questa, sarà il grano saraceno, saranno questi graziosi spettinatissimi germogli di porro n'coppa, è proprio una di quelle zuppe un po' sul radical o vegano o salutista che tra l'altro a farle ci vuole un nanosecondo e poi quando la mangi ti senti bravo bravo bravo.

La ricetta viene da un numero della scorsa primavera di Elle à Table, di quelli che guardi la rivista e poi la dispensa e pensi "c'ho tutto, pure il cucchiaio", tanto che in effetti pure la foto è visibilmente ispirata all'originale, solo che in quel caso dubito che come fondo abbiano usato il campione della copertura di tela di una tensostruttura... (architetti???? ;-)), inoltre ho anche il vago dubbio che in quel caso il grano saraceno non fosse esattamente cotto, dato galleggiava un po' troppo allegramente in superficie, mentre il mio manco a cannonate (e non sono una che stracuoce ;)).

Insomma, foto a parte (che è stata scattata schiena a pezzi e ormai buio alla fine di un servizio fotografico che mi aveva massacrata, e che col servizio non c'entrava nulla, ed erano le 16,30, ed era il mio pranzetto :D), la zuppa è di quelle che ti fanno sentire brava, e danno così tanta soddisfazione che credo che qualche altra cosetta al grano saraceno ve la propinerò a breve, su questi schermi, oltre alla quiche di lunedì e il superdolcino di dopodomani... :))

Ma insomma, per ora, ecco questa...

zuppa calda di grano saraceno e porri
ingredienti per 4 persone
2 carote
1 porro
60 g di grano saraceno
1 litro di brodo di verdura
olio extravergine d'oliva
germogli di porro

Lavare e sbucciare le carote, lavare i porri, poi affettare entrambi a pezzi piccoli e farli ammorbidire in un ampio tegame in un filo di olio extravergine d'oliva.
a questo punto aggiungere il grano saraceno, far insaporire un paio di minuti mescolando, e poi aggiungere il brodo.
Far cuocere una ventina di minuti o il tempo indicato nella confezione del grano saraceno.

Servire calda impiattando con qualche ciuffetto di germogli di porro.


lunedì 9 febbraio 2015

Quiche al grano saraceno con porri, cavolo romanesco e kasha.

'Sta settimana, preparatevi, che la passiamo tutta in compagnia del grano saraceno.

Farina e chicchi, oggi.
E i chicchi in una forma diversa dal solito, almeno per me.
Ultimamente infatti vedevo questo "cereale" utilizzato nelle ricette "tostato", ma mi domandavo come  ottenerlo in questo stato senza trovarsi con una manciata di sassetti marroni-verdolini in mano.
In alcune riviste francesi la kasha si trova infatti tranquillamente nell'elenco ingredienti con a fianco una graziosa parentesi che spiega, laconica, che appunto di chicchi tostati si tratta.

Ovviamente io con questa kasha volevo vederci chiaro, e una veloce ricerca via internet (nonché una chiacchierata con la mia amica polacca Margherita), mi ha un poco illuminato sul fatto che si tratta di grano saraceno (ma anche altri cereali come avena, segale, orzo..) cucinato: Wikipedia però parlava di "pappa", mentre io cercavo qualcosa di "tostato".
In mio aiuto è arrivata la ricetta della mia amica Benedetta Jasmine Guetta che nel suo blog Labna spiega esattamente come fare la kasha di grano saraceno in casa (lei la usa per condire la pasta e il grano saraceno a me piace così tanto, anche in questa versione, che presto proverò anche come condimento...).
Ho seguito le sue istruzioni passo passo fermandomi alla fase della tostatura e ottenendo un grano saraceno leggero e tostato perfetto per l'uso che ne dovevo fare io, ovvero metterlo in una quiche a base di grano saraceno e priva di glutine, con verdure invernali e formaggio.

Vi riporto nell'ordine le sue istruzioni per la kasha e la mia ricetta per la quiche: friabile e croccante, rimane bella asciutta ed è una di quelle preparazioni gustose e sane al tempo stesso che danno enormi soddisfazioni, a cucinarle a mangiarle! :)

Io avevo a disposizione un porro che giaceva in frigo in attesa di essere cucinato, e un piccolo, bello, cavolo romanesco, ma credo si possa replicare con ottimi risultati con altri ortaggi invernali o estivi che siano..

kasha di grano saraceno
ingredienti
1 uovo
120 g di chicchi di grano saraceno
pepe

Accendere il forno a 180° e preparare una teglia da forno antiaderente.
In una ciotola, mescolate il grano con l'uovo sbattuto, una punta di sale e una bella spolverata di pepe nero, intridendo molto bene intriso d'uovo tutti i chicchi di grano.

Versare il grano nella teglia, in uno strato uniforme, e far cuocere nel forno già caldo per 15/20 minuti, per far tostare bene la kasha.
Togliete la kasha tostata dal forno e sgranatela con una forchetta, o con le mani.

Quiche al grano saraceno con porri, cavolo romanesco e kasha.
ingredienti
per la pasta
200 g di farina di grano saraceno
90 g di burro freddo a fiocchetti
2 cucchiai di acqua fredda
1 uovo
sale
per il ripieno
1 porro
1 noce di burro
sale
1 piccolo cavolo romanesco
150 g di mascarpone
150 g di latte fresco intero
2 uova
pepe
100 g di asiago
2-3 cucchiai di kasha di grano saraceno

Preparare la pasta mescolando la farina con il burro e il sale con una forchetta o con la punta delle dita fino ad ottenere delle grosse briciole, poi aggiungere l'uovo e l'acqua se l'impasto si presenta troppo asciutto.
Appiattire leggermente, rivestire di pellicola alimentare e riporre in frigo a riposare.
Nl frattempo tagliare il porro a pezzi larghi circa 1 cm, poi farlo ammorbidire qualche minuto in una padella con il burro, condire con poco sale e tenere da parte.
Dividere le infiorescenze del cavolo in singole cimette, poi lessarle velocemente in abbondante acqua salata fino a che sono appena morbide (ma non troppo) Scolarle e tuffarle in acqua ghiacciata, poi scolarle di nuovo e tenere da parte.
In una ciotola lavorare il mascarpone con il latte, aggiungervi le uova leggermente battute, poco pepe e mescolare. Aggiungervi metà dell'asiago grattugiato , mescolare e tenere da parte.

Stendere la pasta ad uno spessore di 3-4 mm e foderarvi una teglia grande o due piccole, bucherellare il fondo della pasta, adagiarvi il porro e il cavolo, infine erravo il composto a base di uova, il resto dell'asiago e cospargere dei grani di kasha.

In forno già caldo, a 180 °C per 30-40 minuti.

venerdì 6 febbraio 2015

Torta con mandorle, cioccolato e crema di marroni.

Per oggi pensavo di continuare sulla linea "cioccolato, mandorle e frutta secca, cremine golose...

Potrebbe andare bene per un lunedì, questa torta, di quelle che ti tirano su di morale e che ti danno la spintarella necessaria per affrontare la giornata... Però, dato che sono un tantinello provata ultimamente, e che il finesettimana si configura ancora più del solito come una "nuova settimana lavorativa", mi pare che vada benissimo anche per il venerdì e che nel caso vi saltasse in mente di prepararla per il pranzo del giorno di festa imminente, basta servirla con una pallina di gelato alla crema o alla vaniglia, o farcirla con crema di marroni (o entrambe le cose ;)) e poi, proprio a voler esagerare, buttarci su anche una colatina di cioccolato fondente e una granellina di mandorle, beh, ecco, per la domenica mi parrebbe azzeccata assai!… ;-)

Poi confesso che è da ottobre che muoio dalla voglia di fare qualcosa alle castagne, ma allora ero davvero in altre faccende affaccendata (tipo finire il libro??? ;-P), quindi niente, cercavo di tenermi a bada con le idee.
Però questa storia del cioccolato con le castagne mi frullava in testa, ed ha contuniato a "darmi fastidio" fino a che non mi sono decisa a cimentarmi.

Assaggiandola poi, mi son detta, può essere la sorella compatta della Torta di castagne e mandorle che avevo postato tanto tempo fa.
In quel caso c’era la farina di castagne (e nessuno vi vieta di aggiungere anche in quella un ettarello di cioccolato tritato grossolanamente), in questo c’è la crema di marroni.

Questa golosissima cremina io l’ho presa in Francia un mesetto fa. lì si trova in qualsiasi supermercato, mentre qua in Italia n alcuni alimentari o supermercati molto forniti, o in alcune enoteche che trattano anche conserve, o in alcune gastronomie (a Roma da Castroni o Arcioni, per fare un esempio), ma se avete voglia di prepararvela da voi, voilà, ecco la ricetta via Vaniglia! ;-).





E’ una torta essenziale e dalla consistenza particolare.
Questa che trovate a seguire è una dose piccina, diciamo per 6 persona, e che io ho cotto in uno stampo da 20 cm di diametro 8 (rimane abbastanza bassa così: se volete farcirla cuocere l'impasto risultato dalle stesse dosi in una teglia da 16 o 18 cm), ma si possono benissimo raddoppiare le dosi e procedere con stampi più grandi (tipo 24 cm).
In entrambi i casi (sia le stesse dosi in uno stampo più piccolo che maggiori quantità, vi consiglio di aumentare un po' i tempi di cottura e monitorare continuamente il forno).

Ecco a voi la ricetta, che è di quelle che si fanno in un attimo, così facili che quando le scrivo mi domando sempre se ho saltato qualcosa (e a volte capita pure... te fregano, 'ste torte facili! ;-))

Torta con mandorle, cioccolato e crema di marroni.
ingredienti per 6 persone circa
2 uova (tuorli e albumi separati
50 g di burro morbido
150 g di crema di marroni
40 g di mandorle spellate e tritate finemente o di farina di mandorle
40 g di cioccolato fondente tritato grossolanamente
20 g di latte fresco intero (o come lo preferite)

Preriscaldare il forno a 180 °C ed imburrare e ed infarinare lo stampo.

Mescolare in una ciotola i tuorli con la crema di marroni, aggiungere mescolando il burro, poi le mandorle tritate, poi il cioccolato, poi il latte.

Montare gli albumi a neve ben ferma ed incorporarli delicatamente all'impasto.

Versare nello stampo ed infornare per 30-40 minuti o fino a che la lama di un coltello, inserita al centro della torna, non ne uscirà pulita

ps. scartabellando nel blog, mi sono imbattuta in una ricetta di torta al cioccolato con crema di castagne, e glassa, e violette cristallizzate... Erano i primissimi giorni di vita del blog (ormai 6 anni fa), e mi son detta ammazza com'ero fine negli accostamenti. Così. Oggi botta di autostima retroattiva. E pensierino della giornata: che l'autostima sia anche un po' "vigente"! ;-)

baci baci a tutti e buon week-end!

r.

mercoledì 4 febbraio 2015

C'erano tutti...

C'era la mia maestra delle elementari.
Era seduta nelle file di sinistra, bordo-bordo, e aveva una rosa rossa per me. E uno sguardo un po' emozionato e consapevole.
Ci siamo guardate ed era come se lei sapesse tutto.
Che sapesse delle notti insonni alla facoltà di Architettura, di quanto sia stato bello e difficile imparare a disegnare, o meglio tradurre il pensiero nel disegno (soprattutto quando i pensieri sono tanti ed esuberanti!), di quanto sia stato (e sia ancora) duro e meraviglioso camminare nella vita da quando lei mi ha mollato la mano a 10 anni, di come sia difficile e facile al tempo stesso osservare e raccontare un albero.

Io lo odiavo, quel tema sull'albero che ci dava tutti gli anni.
"Descrivi l'albero che vedi dalla tua finestra".
Serviva, oltre che a scrivere, a osservare, a raccontare, anche a noi per vedere come cambiavamo di anno in anno, come cambiavamo attraverso i nostri temi.
Ma io un albero mio non ce l'avevo.
Io ero la tipica bambina da asfalto.
No giardino, nemmeno un'aiuola, all'epoca.
Guardavo un alberello piuttosto secco dall'unica finestra di casa che ne riquadrasse uno, incastrato anche lui in un cortiletto tra le case, e mi torturavo.
Perchè io li amavo, gli alberi.
Lei ce li faceva amare. Ci insegnava ad osservarli. Le foglie, i fiori, le chiome, il portamento.
E poi la corteccia. Dalla corteccia si capiscono una marea di cose, di un albero.
Io amavo gli alberi e avevo a disposizione solo quell'albero "prigioniero".
Niente prati fioriti e uccellini cinguettanti.
Il mio tema era sempre un po' rinsecchito come quell'albero, e lo odiavo per questo, ma soprattutto lo odiavo perchè rappresentava per me la "mancanza" e il desiderio.



Eppure quel tema mi ha insegnato tante cose.
Mi ha insegnato che per descrivere, partendo dal reale, se il reale al momento non offre molto, si può anche immaginare. Che è il passo prima (o forse quello subito dopo) del sognare.
Che nella vita molto probabilmente ci saranno molte volte in cui ti mancherà l'albero per fare il tema sull'albero.
Che non bisogna avere paura di immaginare cose che sembrano non esistere, di buttarcisi se le senti arrivare dritte dalla pancia, di specializzarsi in paesaggio e arte dei giardini quando in Italia per un architetto è già difficile occuparsi di edilizia, figuriamoci di verde.
Quell'albero che io cercavo, che mi dovevo creare di volta in volta, mi ha insegnato che si può fotografare anche senza luce apparente, che la luce la puoi corteggiare e far scaturire, che puoi trovarla dentro le cose, che anche se parti svantaggiata puoi farcela, che anche se non hai una cucina nuova e luminosa e comoda e attrezzata puoi arrampicarti con una pentola fumante su una scala e impiattare a 160 cm dal pavimento pur di recuperare quel riflesso che ti serve.
Che puoi e devi spostarti. Che devi viaggiare. Che devi chiedere aiuto. Che puoi seminare e poi devi innaffiare.
Quel tema io lo odiavo perchè mi pareva di non avere cdontenuto da raccontare, nè le parole per farlo.
Ma alla fine quell'albero io l'ho trovato.
Ed avevo sviluppato così tanta voglia di svolgere quel tema che per raccontarlo, il mio albero finalmente trovato, ho usato le parole, le ricette, le immagini, i sapori, le suggestioni, le fatiche, la ricerca e pure qualche lacrima.
E quindi il tema è diventato un libro .
E la mia maestra lo ha "valutato", ancora a scatola chiusa (ma quale scatola è più aperta della bimba a cui hai insegnato a scrivere?), con una rosa rossa.



E poi c'erano le altre, tante persone.
I miei compagni di scuola del liceo (la mia amica Federica mi ha detto che ha riso e "fatto casino" tutto il tempo, che era coma stare a scuola... io non la sentivo, la sala era affollatissima, ma me la immagino come fossi stata seduta in platea ;)), i miei genitori, i miei cugini adorati, le zie, le mie amiche e le amiche di mia mamma che sono anche mie. E i colleghi architetti (sempre amici pure loro!).
E poi le persone con cui ho lavorato quando vivevo a Fabriano, che hanno fatto fortemente parte della mia vita e tuttora ne fanno parte, il mio macellaio di fiducia (che chiamo con le richieste più assurde per prenotare la carne migliore in anticipo per i servizi foto o il libro stesso ;-P), le lettrici del blog con cui ho tanto in comune e che finalmente ho potuto conoscere (Elisabetta, io ti aspetto sai? :-*), e persone che ho conosciuto per la prima volta al momento della dedica dei volumi e che mi hanno detto delle cose bellissime, suggellando una giornata che di per sè era già perfetta.

Questa seconda tappa di #allombradeimandorliinfioretour è stata possibile grazie all'ospitalità (e la disponibilità, e la perfetta organizzazione) di tutte le socie del club Inner Wheel di Fabriano, che mi hanno supportata e fatto sentire come a casa, oltre ad aver avuto la pazienza e la costanza di "starmi dietro" nel mio continuo girovagare, negli ultimi tempi, da una città all'altra, da un lavoro all'altro, da una consegna all'altra, e alla disponibilità della giornalista e mia amica Elisabetta Monti, che come vi accennavo nell'ultimo post, mi ha presentata con estrema grazia e professionalità.

Grazie a tutti, eravamo oltre 150 (nonostante molti fabrianesi fossero costretti al letto dall'influenza)!
L'affetto umano vale mille libri pubblicati...

nb. TUTTE le foto che vedete in questo post sono state scattate dalla mia sorellina Irene Venezia, e da me solo postprodotte e schaffate qui! ;-)


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