lunedì 25 luglio 2016

French Toast con gelato, mandorle e albicocche

Ok, buongiorno e buona settimana a tutti, piccolo cambio di programma rispetto a quanto promesso, ma tutto sommato manco tanto, dai :D...

Dicevamo infatti settimana scorsa che la prossima cose fresche e niente forno, vero?
Dai più o meno sì.
O meglio, la ricetta di oggi non riguarda esattamente la brioche che serve per farla, quanto il trattamento a cui viene sottoposta... ;-P

Sì perché il French Toast o Pain Perdu, nella loro versione dolce o salata che sia (fino ad arrivare al sudamericano Emparedado), è un modo di cucinare, immergendoli nel latte e/o uova, poi ripassandoli in padella in un "filino" di burro o olio, e servendo a piacere con miele, yogurt, frutta, ma anche verdura o cremine spalmabili varie, fette di brioche ma anche di pane, o pancarrè, o quello che preferite.

Quindi ecco, se non siete così fuori di testa da cucinarvi la solita brioche settimanale anche con 40 °C, usate pane, pancarrè o altri prodotti da forno che vi ispirano.
Se invece vi ve di farvi la brioche da voi, qui ne trovate una alla francese buona-buona (e con lievito di birra), e qui la versione integrale (e con lievito madre).

Io per la versione della foto ho invece usato la ricetta delle brioche al latte di mandorla di All'ombra dei mandorli in fiore (e adesso che ci penso, anche qui sul blog c'è una versione, magari meno evoluta ma buona uguale ;-P!), perché mi suonava davvero bene con le albicocche.
Queste ultime le ho macerate in un "sughino" si miele d'acacia , limone e vaniglia, e alla fine, tanto per starcene leggeri (ma rinfrescare, come promesso, l'insieme ;-)), ci ho schiaffato una pallina di gelato.
Poi niente, un richiamino di mandorle a lamelle, una spolverata di zucchero a velo a piacere, e andiamo, il French Toast è fatto!

Ecco a seguire la ricetta. Potete sostituire le albicocche con qualche fetta di pasca noce e la vaniglia del "sughino", con poco zenzero in polvere, per una versione più piccante e croccante..

French Toast alle mandorle, albicocche e vaniglia
ingredienti per 4 fette (4 persone, o abbondante per 2)
4 albicocche
2 cucchiai di succo di limone
2 cucchiai di miele d'acacia
i semini estratti da un baccello di vaniglia
1 uovo
40 ml di latte di mandorle (o altro latte a piacere)
4 fette di brioche alle mandorle (o altra brioche a piacere, o di pane)
burro q.b.
gelato al fiordilatte o alla panna q.b.
mandorle a lamelle q.b.

Mescolare il succo di limone, il miele, i semini della vaniglia. Tenere da parte.
Lavare, asciugare e tagliare a spicchi le albicocche, poi immergerle nello sciroppo di limone e miele.
Sbattere bene il latte con l'uovo.
Tostare leggermente le fette di brioche e poi immergerle nel composto di latte e uova, premendole bene da ambo i lati.
In una padella fondere il burro e cuocere le fette di brioche fino a che non diventano dorate da entrambi i lati.
Trasferirle ancora tiepide su un piatto, aggiungere le albicocche, il gelato, il restante sciroppo di miele limone e vaniglia.
Finire con le mandorle a lamelle e servire immediatamente.







giovedì 21 luglio 2016

insalata di bulgur al rosmarino, con ceci croccanti alla paprika e cipolle di Tropea

Oh, eccoci finalmente ai pranzetti estivi.
Quelli facili e comodi e che "quasi" non accendi il forno.
Mi sembra di giocare a mosca cieca, alla ricerca delle "poche cotture", cosa che proprio non è da me, ma quando ce vo', ce vo'.

Oggi stiamo ad una specie di "fuochino", dai. Nel senso che per questi ceci croccanti alla paprika il forno ci vuole, sì, un attimino, ma il risultato finale è oltremodo pratico e fresco e croccante, e soprattutto buono!
Mi sembra anche un'ottima soluzione per consumare legumi anche in periodo estivo (cosa che io tendo sempre a trascurare), e far fuori sacchetti e sacchettelli vari di grani e cereali che tanto fanno bene alla salute e che d'estate si prestano un sacco ad essere impiegati in enormi colorate insalate che si preparano in anticipo, prendono sapore in frigo o fuori, e al ritorno dal mare e dalla passeggiata in montagna salvano la vita a tutti!

Settimana prossima invece staremo al "fuoco" e fuocone" (occhei, la metafora della mosca cieca sa un po' di ossimoro se consideriamo il "fuoco" esattamente come un progressivo allontanamento dai fornelli, ma tant'è: in menù avremo una ricetta al fornello e una "al freezer"... visto quanto mi impegno???).

Ma non vi svelo altro, per ora vi tocca accontentarvi della ricettuzza di oggi. ;-P
Facile, colorata e con questa chicca dei ceci croccanti alla paprika (imparati dalla bravissima Heidi Swanson e scovati nel suo libro Super Natural Every Day: Well-loved Recipes from My Natural Foods Kitchen) che, con l'immancabile rosmarino, e uno o due cipollotti di Tropea affettati più o meno sottili, prende proprio vita nel suo vestitello oltremodo estivo! ;-P

ok, allora vado con la ricetta, che è di quelle "senza troppe dosi"

insalata di bulgur al rosmarino, con ceci croccanti alla paprika e cipolle di Tropea
ingredienti
250 g di bulgur
1 barattolo di ceci già lessati
1 o 2 cipollotti di Tropea
sale, paprika, rosmarino fresco quanto basta

Lessare il bulgur in acqua leggermente salata seguendo le istruzioni della confezione (io a volte, a seconda di come mi va, lo tosto anche leggermente, prima, in un filo 'olio extravergine d'oliva, come si fa con il risotto, per capirci, e poi verso l'acqua bollente tutta insieme e lascio cuocere), poi aggiungere un filo d'olio e sgranare con una forchetta.
Nel frattempo sistemare i ceci (ben scolati) in una teglia da forno e in un solo strato, e cuocere in forno a 220°C per 10 minuti, estrarre la teglia, mescolare i ceci, poi infornare per altri 10 minuti. Infine mescolare i ceci con un cucchiaio di olio d’oliva, e un cucchiaino di paprika (lei mette metà forte e metà affumicata, io metto quella che ho "a tiro") e una presa di sale.
Rimettere i ceci nella teglia da forno e infornare di nuovo per 5 minuti.
Nel frattempo affettare finemente i cipollotti e tritare il rosmarino.
Mescolare tutto insieme in una insalatiera, condire con un filo d'olio e aggiustare a piacere di sale e paprika. Servire subito, o, a piacere, dopo aver fatto insaporire un po' (io confesso che a me i ceci croccanti "caldi" piacciono di più... ma non faccio testo, no, dato che nello scorso post parlavo di tè bollente? ;))


martedì 19 luglio 2016

shortbread (vegani!!!) al burro di arachidi

Buongiornoooooo!!!!!

Eccomi, non mi sono persa.
Solo ho avuto un mezzo anticipo di vacanza, o meglio, un mezzo anticipo di "tipici spostamenti estivi", a cominciare dal Workshop di fotografia dalla mia Giulietta, e mi sono rimessa in carreggiata col solito trantran solo lo scorso finesettimana..

Scorso finesettimana in cui volevo ovviamente cucinare 'sto mondo e quell'altro, quando il mio sguardo si è posato su un barattolino di burro di arachidi e i programmi sono stati prontamente ribaltati.

Non è esattamente una crema di cui sono golosa, ma qualche volta si trova di passaggio dalle pari di casa mia, per una ricetta, un piccolo esperimento, un lavoro, e poi per finirla ci vogliono mesi.

Dunque dicevo che mi piace tantissimo in purezza, tipo spalmata sulle fette biscottate e compagnia bella, ma devo ammettere che "cucinata", o meglio introdotta negli impasti, quella sì, è una pratica che approvo.. ;-)

E allora vai di ciambellone, oppure semplicemente di biscotti, come quelli del libro Profumo di biscotti (se volete provarli, trovate la ricetta qui! ;)), oppure questi di oggi, per i quali ho pensato che forse potevo rischiarmela, e provare a sostituire completamente il burro (di panna) con quello di arachidi e, in aggiunta, poco poco olio, per tentarne una versione priva di lattosio oltre che priva di uova (come per i classici shortbread al burro).

Insomma ridendo e scherzando sono usciti fuori questi biscotti che, vi giuro, se vi piacciono le consistenza sabbiosette come alla sottoscritta, fate attenzione, perché creano davvero dipendenza!!!
Io in questi giorni li accompagno con una tazza di tè nero fumante, e sono la mia personale sferzata di energia per combattere la fiacca da caldo.

La crema di arachidi si può fare anche in casa, tostando al forno per qualche minuto le arachidi spellate e non salate, e tritandole ancora calde in un robot da cucina, con molta pazienza e a più riprese, fino ad ottenere una pasta.

L'accostamento del loro sapore con un pizzico di sale e lo zucchero di canna in cristalli è davvero una dddddroga, e ve lo consiglio caldamente. :)

shortbread senza uova né lattosio e con burro di arachidi
ingredienti per una dozzina di biscotti
125 g di burro di arachidi
50 g di zucchero di canna in cristalli + 1 o 2 cucchiai per la finitura
50 g di olio di mais
75 g di farina di riso integrale*
150 g di farina 00
1 presa di sale

Setacciare insieme e per due volte le farine.
Lavorare energicamente con le fruste il burro di arachidi con lo zucchero, aggiungere le farine e il sale e lavorare con la "foglia" dell'impastatrice (o con un forchettone) l'impasto, fino ad ottenere delle grosse briciole.
Aggiungere mancano l'olio a filo (potrebbe servirne leggermente di più o leggermente di meno a seconda del tipo di farina usato) fino ad ottenere un impasto che sta insieme.
Toccare il meno possibile l'impasto durante la lavorazione e stenderlo a 3-4 mm di spessore. Con l'aiuto di un tagliapasta ricavarne dei dischi di 6-8 cm di diametro da disporre leggermente distanziati,  e molto delicatamente, su una teglia rivestita di carta da forno.
Far riposare in frigo, direttamente in teglia, per un'oretta.
Preriscaldare il forno a 180 °C.
Spolverizzare i biscotti con lo zucchero di canna rimasto, poi cuocere per 30-40 minuti fino a che non sono belli dorati.
Attenzione, sono molto molto friabili (cosa che io adoro ;-)). Maneggiare (e gustare) con cura ;-P

*io ho usato quella, ma va bene anche la farina di riso non integrale


lunedì 4 luglio 2016

torta-mousse gelata ai lamponi

Buon giorno e buona settimana a tutti!
Non ci credo, posto una roba fredda e simil-gelatosa che non va in forno ma in freezer (è una specie di esercizio spirituale come cucinare il pesce, e tra l'altro amo mangiare entrambi, solo che prima di mettermi a cucinarli...).
Insomma come a volte vado chiacchierando su queste pagine, quando arriva l'estate io qui sul blog comincio a, come dire, agitarmi un po'.
Mi guardo intorno, mi assesto sulla sedia, fischietto.
So che devo controllarmi e darmi una calmata col forno (e pure coi fornelli!).
So che non è esattamente come l'autunno per cui vai di giuggiole, noci, nocelle, puree di zucca cotta al forno, poi impastata lievitata e ritornata in forno sotto forma di brioches.
So che devo adeguarmi e anche un po' impegnarmi.
Così cucino il pesce. Veloce, fresco, sano, che sa di mare e che tra l'altro adoro.
E mi sforzo di preparare dessert, ovvero quel dolce che non si inzuppa nel latte e caffè la mattina, che non è necessariamente rustico, ruvido e mollicoso, e che perlopiù si mangia con un cucchiaino e molto, molto spesso, non va in forno.
Siccome (e si è capito) io sono una che quando guarda la pubblicità di alcuni dolci (pronti, ma giuro, anche se io non uso farli, mi intrigano anche, purchè cotti) sponsorizzati al grido di battaglia "non va in forno" pensa sempre (sempre, anche quando fuori sono 40 °C), tutta delusa, "eh, ma che gusto c'è?", capirete che per me quello di oggi è proprio un bell'esercizio.



L'ispirazione viene di nuovo da Saveurs, stesso numero della torta miele e polline, e stavolta ho seguito le istruzioni pare-pare (oddìo, più o meno... Io l'ho solo un po' alleggerita di burro e zucchero.. ;-P).

Quello che mi ha folgorata di questa "torta-gelato", è che è composta come una classica cheesecake col fondo di biscotto, mentre la parte sopra non è a base di uova e formaggio, ma in sostanza una  mousse ottenuta frullando albumi, zucchero e lamponi. Freezer, e poi fette. Stop.
La SVOLTA. (fattibile anche per una come me che se non lievita ventotto ore una brioche e poi la schiaffa in forno anche ad agosto non è contenta!)
Una roba pazzesca  che mi ha stregata al primo colpo, e che si fa in un attimo.
Una di quelle robine minimo sforzo, massimo risultato.

Manco una pubblicità di quelle a cui alludevo sopra è così veloce.

Per i coraggiosi che con questo caldo mi hanno sopportata fin qui, ecco, questa ricetta buona buona ve la siete proprio meritata!

Buona settimana a tutti!

torta-mousse gelata ai lamponi
ingredienti per 6 persone*
100 gr di lamponi freschi + 25 per la finitura
70 gr di zucchero a velo
1 albume a temperatura ambiente
per la base
110 gr di frollini o Digestive**
60 gr di burro morbido (**se si usano biscotti molto burrosi come i Digestive anche 50 gr)

Il giorno prima o almeno 6 ore prima, preparare la base sbriciolando insieme i biscotti e mescolandoli con una forchetta insieme al burro (viene perfetto inserendo il tutto in un robot da cucina a lame e azionando fino ad ottenere briciole sottili), poi, aiutandosi col dorso di un cucchiaio, schiacciare il composto ottenuto sul fondo di uno stampo a cerniera (diametro intorno ai 15-18 cm) rivestito di carta da forno. Riporre in freezer per inumo 6 ore (secondo me ne bastano anche meno).
Trascorso questo tempo preparare la mousse mettendo in una ciotola gli ingredienti restanti (dei lamponi solo 100 grammi) e frullando il tutto con le fruste elettriche al massimo della velocità (in questo caso un robot da cucina è davvero comodo) per 8-10 minuti.
Versare la mousse così ottenuta sul fondo di biscotto e livellare con un cucchiaio o una spatola.
Conservare in freezer e servire aggiungendovi i restanti lamponi.

**per diametri tipo 22-24 cm raddoppiare le dosi: verranno circa 12 porzioni

nota:
La ricetta originale diceva di mettere subito un po' di lamponi sopra alla torta e di aggiungere gli ultimi al momento di servire (potete vedere dalla foto che alcuni sono surgelati ed altri no), ma secondo me è meglio metterli tutti alla fine, perché la mousse rimane bella morbida, ovvero non serve tirare fuori il gelato in anticipo, al limite un minutino per far ammorbidire la base, ma non di più, viste le temperature di questi giorni, tempo che non garantisce invece lo scongelamento dei lamponi che si sono congelati in freezer, che rimarrebbero come sassetti, a voler evitare di mangiare la mousse sciolta.. ;-)

nota bis: info utili sulla mousse di albumi
Se vi intriga la questione mousse agli albumi, giusto qualche giorno fa la mia amica Francesca di I paciocchi di Francy, ha postato una crema di albumi al cacao, con varie dritte e versioni e spunti interessanti in coda al post. Se vi va di sbirciare è qui. ;-P





giovedì 30 giugno 2016

Farinata di ceci

Eccoci qui, questa settimana tutto salato, olè!
Che sì, lo so che ora non vi va tanto di accendere il forno (e un quel caso vi reindirizzo subito al post di lunedì scorso, pomodori peperoni cetrioli pane aceto olio, frulli tutto e frigo ;)), ma non mi dite che  non avete un avanzo di farina di ceci in dispensa che siete certi che non sopravviverà all'estate e relativa calura...
Io, purtroppo, questo avanzo, ce lo avevo, e il forno mi è "toccato" accenderlo (come mi di spiacesse, dài ;-P )

Anzi ne approfitto subito per fare un appello.
Voi con la farina di ceci cosa ci fate?
Io me la ritrovo spesso in dispensa per nonminircordopiùqualemotivo.
Sta lì, aperta, e arriva il caldo ed io comincio mentalmente a fare il conto delle millemila farine che porto avanti per millemila motivi e che per gli stessi motivi mi ritrovo da finire, e così, a volte, comincio a sviluppare un relativo odio nei confronti della suddetta, perché ecco, non è che la si usa proprio come una normale farina, no?

PPPPPerò, ha un sacco di pregi.
Il primo è che è priva di glutine, quindi una farina preziosa per tutti coloro che ne sono intolleranti o allergici, e il secondo è che ci si può fare una torta salata "dei poveri" che io adoro, semplicemente aggiungendoci acqua, sale, olio, pepe.



Si tratta della farinata di ceci, che ha infinite declinazioni dalla Cecina toscana alla (appunto) Farinata ligure fino a Nizza, in cui è conosciuta con il nome di Socca.

Io ci divento matta con ricette del genere, i piatti fatti di quasi nulla, se non l'ingrediente che li caratterizza, in questo caso proprio la farina di ceci.

Il risultato è una focaccia bassa e un po' umida (credo che nonostante la semplicità di esecuzione ne esistano tantissime versioni, da regione a regione e di casa in casa, a seconda della quantità di acqua utilizzata), che viene arricchita di sale grosso e pepe appena uscita dal forno, oppure di qualche fetta di lardo o pancetta tagliati sottili, sempre appena sfornata, che si scioglieranno sulla superficie bollente.

La ricetta che vi riporto è quella di Pane, pizza & co.: io la faccio sempre così ma sono curiosissima di conoscere tutte le vostre varianti e "proporzioni"!

Farinata di ceci
Ingredienti per 3 teglie grandi (28-32 cm diametro)
300 g di farina di ceci
1,5 litri d'acqua fredda (riducibile fino a 0,9 litro per "governare" meglio l'impasto)
6 cucchiai di olio d'oliva extravergine
1 cucchiaino di sale
sale grosso
pepe

Stemperare la farina di ceci con l'acqua fredda in modo da ottenere una pastella liquida. Lasciate riposare per qualche ora (una notte intera ancora meglio, io ho mescolato di tanto in tanto durante il riposo).
Aggiungere l'olio d'oliva extravergine il sale, mescolando.
Versare nelle teglie rivestite di carta da forno (questo ne faciliterà lo sformare e il successivo tagliare ;)) e mettere a cuocere in forno a 220°C per 30 minuti circa.
Una volta cotta, sfornare e spolverizzare con pepe macinato al momento e sale grosso.
Servire calda, aggiungendo a piacere qualche fetta di lardo o di pancetta dolce, che si scioglieranno sulla superficie bollente.

In attesa delle vostre impressioni e suggerimenti, vi segnalo due miei libri, uno di cucina ligure ed uno, scritto da una collega blogger proprio di nizza, sulla cucina nizzarda: il primo è il regalo di una mia cara amica ligure ( <3 <3 <3 ), e il secondo un souvenir cartaceo del mio ultimo viaggio a Nizza, ormai più di un anno fa. In entrambi i casi la farina viene meno idrtata di quanto non abbia fatto io nella ricetta che vi presento oggi.
Anzi, già che siamo in vena di appelli e di consigli, avete libri "cult" di cucina ligure o del sud della Francia? Sono tutta orecchie... :)

Ecco a voi i miei titoli..
CARNET DE CUISINE DU PAYS NICOIS- Marie Chioca, Editions sud ouest
Liguria tastes good-Buon sapore di Liguria- a cura di M. Cormagi, Coedit


Buon appetito e buon finesettimana!

lunedì 27 giugno 2016

Pomodori, amiche, compleanni di libri e ricette estive: il gazpacho andaluso della mia Barbaretta

Ho imparato ad amare i pomodori nel tempo.
Ad apprezzarne le varietà, i colori, la consistenza, infine i sapori diversissimi tra loro, dal sodo verde che si può friggere (e che mi riporta alla memoria il mitico grido di battaglia di Towanda in Pomodori verdi fritti alla fermata del treno), al saporito Pomodoro Datterino, al succoso Pomodoro di Pachino, ai morbidi ramati, ai "costoluti", bellissimi, e ai carnosi "cuore di bue", ai Camone, fino ai meravigliosi grappoli appesi del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio, i San Marzano, i pomodori dell'iconografia nazional popolare della "passata" in barattolo o in bottiglia, fino alle mille mila varietà che ancora devo scoprire o che adesso su due piedi non mi vengono in mente.
Il pomodoro è uno di quegli ortaggi (come molti altri, in effetti) il cui sapore risente (o gode) tantissimo della qualità del prodotto, di terreno e clima, della filiera, della modalità di coltivazione, e della stagione.
I pomodori, gli stessi pomodori che siamo abituati a vedere al mercato, dal fruttivendolo, o al reparto ortofrutta del nostro supermercato di fiducia pressoché tutto l'anno, all'inizio dell'estate è come se esplodessero in sapore, profumo ed aspetto, e come loro anche il mio modo distratto e svogliato di guardarli durante i mesi invernali si trasforma.
La loro umiltà piena di sapore li rende onnipresenti nella mia cucina d'estate, dalla spaghettata alla bruschetta, dal pan tomato alla fresella, dai sughetti estemporanei alle zuppe di pesce, e dalle focacce alla pizza!


C'è una zuppa fredda poi, che io amo da matti l'estate. E' il gazpacho andaluso.
E' la mia scelta preferita, quando arriva il caldo e il solleone, dal mio "bibitaro di fiducia" di Roma, insieme alla mia amica Barbara Toselli nelle nostre pause pranzo rubate alle corse e alla fatica dell'ufficio in questi giorni romani supercaldi.
Nonostante sia una zuppa superfacile da realizzare, io non mi ero mai cimentata.
Forse perché mi pareva così perfetta come ero solita consumarla in quel pasto condiviso, tra una chiacchiera, un pensiero, una risata e uno scambio di ciotole o props, che quasi non volevo "rompere l'incanto"...
Poi proprio un recente post di Barbaretta mi è venuto in aiuto, e a quel punto ho pensato che potevo non solo rifarmi alle indicazioni trovate lì, ma anche al libro sulle zuppedella suddetta Barbara!!!

Questo strepitoso ricettario monografico (e non lo dico perché è amica mia, e nemmeno perché io come tutti sanno ho un debole per le zuppe ;-P) è uscito esattamente un anno fa, quando io ero esattamente sott'acqua con un paio di progetti devastanti da portare a termine e quindi assolutamente in difficoltà con la "cucina di casa e di blog".

Il libro, chissà se gliel'ho detto mai così dritto per dritto alla mia amica Barbara, io lo amo proprio.

Si tratta di una raccolta di 80 ricette di zuppe vellutate e minestre per tutte le stagioni. Semplici e ricercate, come lei, meticolose, come lei, colorate e raffinate, accurate. Come lei.

Ti svoltano la cena, esattamente come lei, che mentre parlavamo davanti alla nostra vellutata del giorno, e alla mia idea di farmelo finalmente da me con la sua ricetta, il gazpacho, dopo l'ultima cucchiaiata era già in piedi che mi accompagnava "al verduraio qui dietro l'angolo" a fare la spesa...
" ...Sei etti di pomodori Perini (abbonda abbonda), aceto, peperone rosso, .... Che fai, non ce lo metti il cetriolo? .... La cipolla io la preferisco rossa che è un po' più delicata, ah! al pane se è quallo rustico taglia la crosta... Sai, io il Tabasco lo metto dappertutto..."
Ecco, le chiacchiere che si mescolano alla spesa di tutti i giorni e che finiscono a casa con te davanti al minipimer e alle uova sode, con il sacchetto della verdura e il suo libro tra le mani, a pensare, finalmente con un po' di calma e solo un anno dopo, "ah, quanto è bello...".

Evabeh, in coda al post trovate la sua ricetta che è geniale per quanto è semplice e perfetta nelle proporzioni e nei sapori, e che potete trovare anche qui e nel libro "Che zuppa! Ricette facili e gustose per tutte le stagioni ".

Un ultima nota ancora sulla struttura del libro, che è suddiviso in cinque sezioni:  Basi, che contengono le preziose e impagabili ricette di Barbara per i brodi (gallina, manzo, pollo arrosto, carni miste, vegetale, fumetto di pesce e brodo asiatico di pollo), Guarnizioni, ovvero tutte le finiture, croccanti o meno, che possono accompagnare una zuppa, come crostini di pane, frutta secca, chips, cialdine sfoglie etc., una sezione sugli Strumenti ed una sulle Verdure, prima di entrare nel vero e proprio cuore del libro, ovvero le 80 Ricette divise per stagioni.

Io trovo che questa raccolta di ricette non sia solo bellissima, ma anche perfettamente congeniata, strutturata e sviluppata.
Si fa guardare, ma anche cucinare.
Ed io ci ho messo un anno, ma ve lo dovevo dire. :)


Gazpacho andaluso
ingredienti per 4 persone
600 g di pomodori perini maturi senza pelle*
10 foglie di basilico
100 g di cetriolo pelato e tagliato a rondelle
100 g di peperone rosso
50 g di cipolla rossa di Tropea
60 g di mollica di pane
80 ml do olio extravergine d'oliva
30 ml di aceto
acqua freddissima qb
1 cucchiaino di tabasco rosso
sale olio e pepe nero per servire
qualche crostino di pane a piacere per servire
uova sode a piacere per servire

Raccogliere tutti gli ingredienti (esclusi acqua sale e pepe) nel frullatore (o in una ciotola stretta a bordi alti, se si usa un frullatore ad immersione), e aggiustare pian piano di acqua fino ad ottenere la consistenza desiderata.
In ultimo aggiungere sale (pochissimo, se le verdure sono saporite a mio parere nemmeno serve!) e finire di frullare.
Riporre in frigo per almeno due ore (meglio ancora tutta la notte) e trascorso questo tempo distribuire in 4 piatti.
Aggiungere poco olio e pepe in ciascun piatto, e poi finire con qualche crostino di pane o uova sode tagliate a pezzetti.


*spellati incidendone la pelle con una punta di coltello e tuffandoli in acqua bollente qualche secondo e poi tagliati in quarti e privati dei semini (io ho fatto metà spellati e metà con la pelle perché il mio frullatore non è potentissimo ma secondo me si può fare benissimo anche tutti con la pelle, per preservare integralmente le proprietà nutritive



martedì 21 giugno 2016

Torta di mandorle, miele e polline

Buongiorno!
Ecco la torta che avrei voluto postare ieri, ma sabato e domenica mi son fatta prendere così tanto la mano dalla cucina che poi tempo di scrive ce n'è mica stato... :)
Vabè, magari oggi abbiamo anche più fortuna di ieri (a Roma la mattina presto pareva estate e alle 14 veniva giù l'iradiddio), e con qualche raggio di sole in più ce la godiamo anche meglio, 'sta tortina di oggi.
E' una leggerissima rivisitazione di una ricetta che ho letto sull'ultimo numero di Saveurs e che mi ha folgorata all'istante, per l'uso di mandorle e miele, ma soprattutto per quello del polline d'api su un dolce.
Siccome io adoro il polline d'api e per lo più lo consumo mescolato a miele e yogurt, vederlo su una torta mi ha davvero entusiasmata.

Inoltre, questa torta è priva sia di glutine che di lattosio, e la cosa mi ha incuriosita.
Ne risulta infatti una consistenza compatta che grazie a questo "bagno di miele" ha quasi qualcosa di orientale".

Una volta tagliata, mi è venuto in mente di mangiarla come faceva a volte mia cugina quando vivevamo insieme durante l'università con i plumcake o i ciambelloni compatti: li tagliava a pezzi piccoli e li immergeva nello yogurt bianco.
Io ho fatto quasi in automatico, con questo ricordo ritornato vivissimo nella memoria come un gesto appena riscoperto, la stessa cosa: yogurt polline miele e torta a pezzetti piccoli.

Vabe', dato che son fiacca anzichenò 'sti giorni, la amo già alla follia, 'sta tortina, col suo portato di sole, oro, mandorli e api... ;-P

Torta di mandorle, miele e polline (senza lattosio, senza zucchero e senza glutine)*
ingredienti per uno stampo da 20 cm
150 g di miele di acacia (si può ridurre fino a 120)
3-4 cucchiai dello stesso miele per la finitura
80 g di farina di mandorle**
90 g di burro di mandorle***
3 uova
60 g di farina di riso
2-3 cucchiai di polline (per la finitura)
un pizzico di sale

Preriscaldare il forno a 150 °C e oliare e infarinare con la faribna di riso una tortiera di 20 cm di diametro (oppure foderarla di carta da forno).
Con lo sbattitore elettrico a media velocità sbattere le uova (senza montare) e aggiungere il miele a filo continuando a battere.
A questo punto aggiungere la farina di mandorle, il burro di mandorle e la farina di riso e il sale, sostituendo le fruste con la "foglia" se si usa un'impastatrice, o passando al cucchiaio di legno se l'impasto dovesse risultare troppo denso per le fruste elettriche.
Cuocere nel forno già caldo per 30-40 minuti.
Sfornare, sformare e una volta fredda ricoprire di miele e di polline.

Se volete prepararla in anticipo vi consiglio di finirla all'ultimo col miele restante e il polline, perchè è buona anche "imbevuta", ma se volete avere il miele in superficie meglio metterlo all'ultimo.



* leggermente riadattata da Saveur

** ottenuta tritando finemente 80 g di mandorle già spellate e leggermente tostate
*** in vendita nei negozi bio. Io la faccio da me con la ricetta del mio libro All'ombra dei mandorli in fiore , che è semplicissima: basta tritare in più riprese, e fino ad ottenere una purea, il quantitativo di mandorle interessate e leggermente tostate in forno, senza aggiungere grassi o altro (salvo scorzetta di limone o vaniglia o aromi a piacere a seconda dell'uso :))

venerdì 17 giugno 2016

Pizza semintegrale a lenta lievitazione con feta spinaci pinoli e pesto: buon finesettimana!

Roma comincia a svuotarsi.
Lo vedo la mattina quando il mio autobus non passa e ne prendo uno a casaccio per non restare ferma le ore alla palina e poi faccio il tratto di strada (a volte lungo) che rimane a piedi.

Le macchine cominciano a sparire (e non solo il finesettimana), e lasciano spazio ad altri suoni.
Si cominciano a sentire, anche se ancora solo leggermente, i rumori dei passi.

Quando sono a casa mia, nelle Marche, sentire il rumore dei miei passi, o quelli dia altri, mi riporda ad una dimensione domestica dello spazio intorno a me.
Misurabile.

Sono quelle cose che il tuo cervello decodifica ma che tu non ti dici esplicitamente (sono a casa, ed è tutto così meraviglioso che riesco a sentire il rumore dei miei passi), eppure le senti.
E più le senti più sai che significa calma.

Il rumore dei passi su uno stradello di montagna, quello dei tacchi dei miei stivali il primo pomeriggio nel giorno di Natale, quando la città è un po' assopita ed io vado a trovare mia cugina per un caffè (e quindi si sentono bene, sul selciato del centro storico), il suono dei passi per me ha un sapore di calma, e sento che manmano Roma, nella misura in cui può, mi sta "mollando" un po' di questo suono.

Parallelamente, non so ancora bene se per uno strano concorso di tutti i sensi che si fanno l'occhiolino l'uno con l'altro, o semplicemente perché ci sono meno motori in giro, sento più facilmente gli odori.

Ieri mattina in mezzo ai passi è arrivato odore di pizza.
Avete presente l'odore di pizza "del forno"?
Quella che vi vendono a quadretti già tagliati e che sta esposta accanto alle pagnotte e ai grissini, quella della merenda delle medie o delle superiori (ma non sempre, che in genere si porta da casa) e che ti fa tanto "quel piccolo lusso quotidiano" da infilare in cartella in mezzo astuccio e vocabolario di greco.
Bene ho sentito quella.
E mi è venuta voglia di pizza a casa.

Ho usato di nuovo una parte di semintegrale, ci vado matta, e l'impasto è venuto perfetto, l'impasto della pizza che avrei sempre voluto fare. Morbido, croccante e con le bolle quanto basta perché ben idratato e lievitato piano piano piano...
Dev'essere per via di quei suoi, e di quegli odori, che come te li riprendi, poi pare che venga tutto meglio...

Buon finesettimana :-*

Pizza a lenta lievitazione con feta spinaci e pesto
ingredienti per 4 pizze al piatto (4 persone)
per l'impasto
300 g di farina semintegrale (tipo 2)*
100 g di farina di forza (tipo Manitoba o con una W oltre 350)
270 g di acqua tiepida
100 g di lievito madre (aumentabile fino a 120-150)
10 g di olio Extravergine di oliva
8 g di sale
per la farcitura
500 g di spinaci già puliti
250 g di formaggio feta
250 gr di mozzarella scolata del suo liquido
50 g di uva di Corinto ammollata in acqua (o uvetta - facoltativa ma ci sta bene)
20 g di pinoli per il pesto + 20 da lasciare interi
basilico un paio di generose manciate
Olio extravergine d'oliva
aglio
peperoncino

La sera prima
Sciogliere il lievito madre nell'acqua tiepida e mescolare le farine.
Aggiungere il composto di lievito ed acqua alle farine, impastando a mano o con l'impastatrice.
Aggiungere sale e olio e continuare ad impastare ben bene fino ad ottenere un composto liscio ed elastico (aggiungere poca farina se occorre).
Ottenere una palla e lasciarla riposare sul piano di lavoro per 10 minuti.
Nel frattempo ungere con l'olio d'oliva una ciotola (o la stessa ciotola dell'impastatrice) e disporvi la palla di impasto.
A questo punto prendere un lembo esterno di pasta, allungarlo, tirandolo, di lato, e premerlo al centro della palla, ruotare leggermente la ciotola e fare lo stesso con un lembo immediatamente vicino al primo, e così via, portando al centro tutti i lembi di pasta, ruotando fino a completare un intero giro (sono circa 8-10 volte) e ad ottenere come una palla schiacciata al centro.
Far riposare altri 10 minuti e ripetere questa operazione 4 volte in totale.
Ho appreso questa tecnica, che aiuta ad aumentare la forza dell'impasto, leggendo il libro Come si fa il pane. Ricette passo a passo per pane e dolci da forno, e devo dire che giova davvero agli impasti. Ci vuole molto più a scriverla, o anche a leggerla, che a farlo! (ed è ovviamente facoltativa)
A questo punto far lievitare senza toccare ulteriormente l'impasto per tutta la notte in frigo e fino al raddoppio.


La mattina successiva
Rovesciare delicatamente l'impasto sul piano di lavoro infarinato, dividerlo in 4 parti uguali e formare 4 palline.
Lasciar lievitare ancora un'ora.
Nel frattempo preparare il condimento.
In un ampio wok far dorare uno o due spicchi di aglio e il peperoncino a pezzetti nell'olio d'oliva, e poi farvi appassire velocemente gli spinaci lavati, asciugati e tagliati grossolanamente a strisce.
A fuoco spento aggiungere l'uvetta scolata e strizzata. Mescolare e aggiustare di sale (ma pochissimo, dato che poi andrà aggiunta la Feta. Tenere da parte.
Stendere i 4 dischi di pizza picchiettandoli delicatamente dal centro verso l'esterno nelle teglie unte di olio, poi condire con gli spinaci, la feta a cubetti e la mozzarella a fettine, 20 grammi di pinoli, e cuocere in forno al massimo della sua potenza (nel mio caso 250 °C) fino a che la crosta non diventa dorata e croccante.
Nel frattempo fare un pesto veloce tritando il basilico con i pinoli restanti e poco sale.
Usarlo come dressing da aggiungere in ultimo, al momento di servire la pizza ancora calda.

* se possibile di forza medio-alta, ovvero W 280 - 350. Se non avete a disposizione tale valore, un espediente per orientarsi è aiutarsi leggendo la parentale di proteine, che per una farina medio forte si aggirano intorno ai grammi 12,5 su 100 (guardate l'etichetta sulla confezione ;))
Qui trovate la mia personale bibbietta sule farine, invece (grazie Dario ;))


lunedì 13 giugno 2016

Zuppa con moscardini vino rosso e pomodoro

Ecco, arriva il mio mese, giugno, ed io attacco come di consueto con i miei personali compitini delle vacanze: il pescetto!

Sì perché non appena l'estate si fa viva io ce la metto tutta e mi applico col piatto che per mia "formazione" è il più lontano, dato che sono nata in mezzo all'Appennino e che i legumi, quelli sì, la carne di maiale, le erbe "strascinate in padella" i biscotti impastati con lo strutto e compagnia bella, quelli sono il mio pane quotidiano, o meglio, non esattamente cosa mangio quotidianamente ma sicuro cosa cucino senza troppi pensieri.

Ci sono gesti, come l'impastare, nel mio caso, per dire, che in qualche modo e in qualche tempo ti sono entrati dentro, mentre altri (pulire il pesce, cucinarlo) che pare si impuntino da qualche parte prima di "liberarsi" ai fornelli di casa mia...

Che poi è davvero bizzarro, perché è così facile (cucinare il pesce): gliene devi fare davvero poche. toccarlo il meno che si può, ed è subito pronto, subito buono.

Quindi ecco il mio esercizio per questo inizio estate 2016.

Un inizio che non è esattamente di sole pieno, e quindi, dato che il tempo di questi giorni è un po' bislacco e ogni tanto ci assesta una pioggerella o un temporale, io ieri (domenica), mi sono presa questa licenza poetica di cucinare dei moscardini (ovvero dei molluschi simili al polpo ma più piccoli e meno pregiati) col vino rosso.

Sono assolutamente entusiasta del risultato (si tratta di un piatto semplice e saporito), e come ogni volta che il pesce e molluschi finiscono sulla mia tavola, all'ultimo boccone me ne esco con un rassicurante (e alquanto comico, dato che ormai reiterato) "oh, ma dovrei cucinarlo più spesso il pesce, sai?" ;-P)

E' una zuppa perfetta per essere servita con fette di pane rustico tostate, oppure come minestra di pesce e pasta (tipo fregola sarda), o anche entrambe, se proprio vogliamo essere generosi di carboidrati (nel mio caso avrei voluto scattare le due versioni separate, ma l'ora di pranzo si avvicinava e questa volta hanno prevalso l'entusiasmo per il piatto e l'appetito... Tutto in uno scatto quindi! ;-P)


Zuppa con moscardini vino rosso e pomodoro
ingredienti per 4 persone
1200 gr di moscardini già puliti
1 cipolla rossa
prezzemolo qualche rametto (abbondante)
1 o 2 spicchi di aglio
1 o 2 peperoncini
olio extravergine d'oliva
150 ml di vino rosso (io ho usato Sangiovese di Romagna)
1 barattolo di pomodori pelati
1 cucchiaio di pomodoro concentrato
200 gr di fregola sarda (a piacere)
sale

Tagliare i moscardini a pezzetti (se sono molto piccoli si possono anche lasciare interi) e tenere da parte.
Tagliare i pelati in due o tre pezze tenere da parte.
Preparare un trito con la cipolla e circa metà del prezzemolo, schiacciare l'aglio e togliergli la pelle e il bulbo interno, tagliare sottilmente il peperoncino, e mettere tutto in un'ampia casseruola insieme ad un filo d'olio.
Far soffriggere molto dolcemente fino a che la cipolla diventa trasparente, e a qual punto aggiungere i moscardini.
Lasciar insaporire qualche minuto e poi versare nella pentola il vino rosso. Lasciar sfumare e a questo punto aggiungere i pelati, la loro polpa e il concentrato di pomodoro diluito in acqua (circa 400 ml, io uso la lattina della polpa di pomodoro per regolarmi).
Proseguire la cottura per 30-40 minuti aggiungendo acqua calda se necessario (lo è a mio parere per diluire al punto giusto la minestra), a questo punto aggiustare di sale e in ultimo (a piacere) aggiungere la fregola e lasciar cuocere per altri 10 minuti circa.
Servire calda, spolverata di abbondante prezzemolo tritato.

Altri piatti "d'estate" (i miei compitini di giugno-luglio, ogni anno :)):
Minestra di fregola con le arselle
Zuppa di vongole con patate pancetta e latte (Clam Chowder)
Moules marinières
Insalata di gamberi, rucola, e albicocche grigliate
Branzino al forno e finocchietto selvatico
Padellata di vongole
Linguine al pesto di mandorle al nero di seppia

E altri piatti di pesce (che secondo me valgono anche se li ho cucinati e postati d'inverno! ;-P )
Linguine al pesto di mandorle e broccoletti con cozze, pepe e pecorino
Passatina di ceci con gamberi alla paprica e vino bianco
Linguine al pesto di rucola nocciole e sgombro

Mi impegno molto, no???? :D

Ciao ciao a tutti e buonissima settimana

giovedì 9 giugno 2016

Era di sabato mattina (il mio primo corso di food fotografia)...

Era un sabato mattina quel giorno che sono "salita sul cavallo dei miei pantaloni" e superando il mio senso di inadeguatezza, il mio perfezionismo sempre inappagato, e la mia profonda timidezza, sono andata a conoscere Giulia, una persona per cui ho sempre avuto una immensa stima e che il web mi ha fatto questo enorme regalo di darmi come amica anche reale, e a partecipare al mio primo workshop di fotografia tenuto da Dario Milano a Casole d'Elsa.
E' stato un primo piccolo grande passo.
Lì ho conosciuto di persona, oltre a Giulietta, anche Elisa Ceccuzzi, Valeria Necchio e Benedetta Jasmine Guetta, blogger che nel frattempo sono cresciute come me nella nostra passione, e che sono diventate vere e proprie amiche e colleghe.
Io sono una crede nei passetti cocciuti e solidi verso le proprie passioni.
Silenziosi, faticosi, entusiasti, caparbi e costruttivi.
I passetti così li fai che nemmeno ti accorgi a volte, metti un piede, poi un altro, a testa bassa, quasi cercando di non dare nell'occhio, nemmeno a te stessa.
Altre volte ti sembrano invece difficili, e poi, appena superati, neanche li senti più, e sei già lì che ne vuoi fare un altro, che vuoi mettere avanti un altro piede, per fame, curiosità, per voglia di scoprire, di conoscere, di imparare qualcosa di nuovo o magari anche solo confrontarti con chi è come te (o diverso da te!), portandoti di volta in volta addosso gli effetti, la memoria, un ricordo, una competenza, un modo altro di vedere e fare.
Poi ad un certo punto, facili o difficili, piccoli o meno, ti giri e capisci che erano reali, e che è vero che un pezzetto per volta succedono delle cose...

Tra queste il blog, le storie, la cucina, e anzi a volte anche sopra a tutte queste, c'è la fotografia. Già, la fotografia.
Io e la fotografia abbiamo una storia d'amore che dura da anni.
Sono una di quelle storie d'amore e di sfinimento che sembrano non dover finire mai anche se ti spossano, ti stancano, oppure ti portano alle stelle e ti rendono felice e poi triste per un nonnulla, ma non molli perché senti che sei tu dentro alla foto o a volte la foto è dentro di te e devi solo farla uscire.

Le foto, io lo dico sempre, sono lì, sono lì che aspettano i nostri occhi e il nostro cuore (in ultimo la nostra macchina fotografica, qualunque essa sia). Aspettano di essere colte, prese, afferrate, consumate, e a volte coglierle e afferrarle forte non è così facile.
Io mi ricordo benissimo come mi sentivo all'inizio della mia storia d'amore con le foto. Sapevo esattamente cosa volevo, ma non sapevo come fare. Le vedevo nella mia testa ma non riuscivo a restituirle, a "liberarle", e allora è lì che è nato quello che per anni è stato una sorta di corteggiamento serrato, tra me e loro. Ed è da lì che è nata la mia abitudine a scattare tanto.



La luce. Cogliere la luce. Poi metterci il piatto, il cibo. I props le carabattole e compagnia bella. Ma la luce era la mia bestia nera, perché non c'era a casa mia, il posto dove scattavo (e scatto ancora), o almeno io "credevo" che non ci fosse, ad occhio nudo "non si vedeva".
La luce e poi lo spazio. Rendere lo spazio.
A pensarci ora sono le mie due fisse di architetto, che cercavo in quelle foto.
La luce come la volevo io e lo spazio come lo volevo per chi guardava. Come volevo che la foto portasse chi guardava in uno spazio, o in uno stato d'animo.

E allora lì partiva il "corteggiamento", una sorta di danza intorno a un totem, scatto dopo scatto, millimetro dopo millimetro, briciola su briciola e foglie e stoffe e legni e odori e sapori. Volevo che ci fosse tutto, e spesso pensavo di volere troppo.
Alla fine di questa danza estenuante io ci arrivavo distrutta, sfinita, arresa. Ma felice. Perché la foto, le foto, diventavano piano piano sempre più "mie", o forse io sempre più "loro", ed ero contenta così.
Non sempre del risultato, ma del percorso, ovvero quel percorso che cominciava a mescolare il corteggiamento, la testardaggine del mulo, i libri che leggevo, le foto che studiavo, le infinite critiche alle mie, e i corsi che seguivo, come quello di Dario da Juls o di Ellen Silverman a Londra.

Alla fine non lo so cos'è successo, e come è successo.
Ma fotografare è diventato come più naturale che guardare, anzi, Monsieur Patou per prendermi in giro mi dice che ora per vedere davvero qualcosa, per capirla, ho bisogno di una macchina fotografica attaccata alla faccia.
E' vero, è così. La macchina fotografica sono i miei occhiali. Ma degli occhiali speciali, perché hanno anche testa e cuore.

Adesso, dopo tanto tempo, so cosa succede attraverso i miei occhi e nella mia testa quando scatto una foto. E sono in grado di dirlo anche a voi.
Occhi e testa, e ognuno poi ci mette il suo cuore.

Adesso, e sarà di nuovo un sabato, me ne andrò in Toscana da Giulia "sul cavallo dei miei pantaloni".
Dovrò ancora una volta vincere la mia timidezza, il senso di inadeguatezza e il perfezionismo, o al limite li nasconderò come meglio so fare, ovvero con la chiacchiera, ma finalmente potrò raccontare anche a voi tutto quello che per me c'è dietro ad una foto di cibo (e di paesaggio), da dove e come nascono le mie foto, e dove e come possono nascerne di vostre.
Il 9 luglio, esattamente tra un mese, terrò insieme a Giulia Scarpaleggia e nel suo nuovo spazio JK Studio il mio primo corso di food fotografia.

Io parlerò della storia che sta dietro a una foto, di come nasce una foto (lo scatto, la composizione, l'inquadratura), e Giulietta di come le foto possono raccontare una storia.

E poi ovviamente impiatteremo fotograferemo e mangeremo insieme, e ci sarà da fare e da parlare, ohssì se ci sarà da parlare.

Sono molto contenta dell'impostazione cha abbiamo dato alla giornata, perché potranno parteciparvi sia i neofiti che coloro che sono già "navigati": il racconto e la composizione sono infatti estremamente trasversali rispetto al livello che ognuno di noi ha già conseguito, e la composizione fotografica cammina a mio parere sempre in parallelo alla perizia tecnica specifica della ripresa.

Ovviamente si parlerà anche delle basi della fotografia, di come allestire un set fotografico, delle diverse esigenze fotografiche (mood, stili, props), e di food styling.

Sono emozionantissima e già penso che 8 ore non basteranno per tutte le cose che vorrei (che vorremmo!) dirvi, che ho scoperto di avere da dirvi.

Allora, siete pronti????
Per qualsiasi informazione o per iscrivervi potete compilare il form QUI, o mandare una mail a juls@julskitchen.com, o anche scrivere a me a vanigliacooking@gmail.com, o anche commentare, fare domande di ogni genere (tipo "io ho solo ila macchina fotografica compatta, posso partecipare lo stesso???" - domanda tipica che facevo io stessa all'inizio ;)) direttamente qua sotto...


Allora eccoci. Partiamo.
Io vi mando un abbraccio e non vedo l'ora di conoscervi di persona, macchina fotografica attaccata alla faccia ;-)



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