lunedì 3 agosto 2015

Masala chai tea banana bread (senza burro, con farro e miele)

e un tè freddo perfettamente all'inglese...

No sono un'esperta di tè.
Mi piace il tè buono, questo sì, e in linea di massima lo so riconoscere, ma non sono una vera esperta, o una cultrice.
Per capirci, scaldo l'acqua nel mio solito pentolino, attenta a non eccedere a temperatura se mi sto preparando un tè verde, ma la storia più o meno finisce lì: per dire, non vario le teiere usandone di porcellana per i neri indiani, terracotta per i cinesi, vetro per i bianchi, etc...

Non sono un'esperta ma mi piace da matti. Bevo tantissimo tè verde, amo il tè nero (e confesso, anche se non c'entra molto dirlo ora, adoro le tisane in tutte le salse), e amo tutto quello che intorno a questa bevanda meravigliosa ruota.
Le teiere, le tazze (orientali, mug, piattino e piattino doppio all'inglese), i barattoli da tè di latta, le lattiere e le zuccheriere, le pinzette per zollette, i fiori freschi al centro tavola, i piattini e le alzatine da dolce, i centrini, le chiacchiere tra amiche...
Le chiacchiere, sì.
E, insieme a queste, l'altro importante "accompagnamento" del tè, il cibo dedicato: scones, english muffins, madeleines, brownies, pan di spagna, shortbread, torta "croccante" ai semi di carvi, tost e tramezzini, etc.

Insomma mi piace il tè, tanto-tanto, e lo avvicino nel modo che più mi è familiare, ovvero passando dal cibo..

Poi c'è Babington's. LA sala da tè.
Da Babington's devo portarci mamma, appena viene a Roma la prossima volta, gliel'ho promesso, e ci vado con la mia amica Sara, quando "cala" dall'estremo ovest (quando ricali, Sara???) perché è lì che le ho regalato la mia sciarpetta nera all'uncinetto e lì ha conosciuto mia sorella Irene.
Da Babington's si respira quell'aria inglese quanto basta e storica quanto basta (di storia passata e presente e consolidata e fuggita via al tempo stesso), da immergervisi con la quasi certezza di fare un viaggio ogni volta, ed è lì che qualche tempo fa sono stata fortunatamente invitata con un piccolo gruppo di blogger per una degustazione di tè freddi.

Perfetti, per queste temperature (ma perfetto per me sarebbe stato anche bollente, per quanto mi piace), e soprattutto illustrati da Chiara Bedini, erede di una delle due signorine inglesi fondatrici della sala da tè di Babington’s nel lontano 1893, che gestisce oggi il locale.
Chiara ci ha parlato del tè, e in particolare del suo modo di preparare il tè freddo (i suoi tre metodi, per la precisione), ma soprattutto mi ha incantata con la storia della sala da tè.

Nel 1893 vennero a Roma due giovani signorine inglesi di buona famiglia: Isabel Cargill e Anna Maria Babington. Le due giovani decisero di investire i loro risparmi (100 sterline) aprendo nella capitale una sala da tè e di lettura per la comunità anglosassone. L’impresa all’epoca comportava notevoli rischi soprattutto perché in Italia non era diffusa l’usanza di bere il tè che veniva venduto soltanto in farmacia.
La sala da tè, inizialmente aperta in via Due Macelli e dopo un anno spostata in Piazza di Spagna all’interno del prestigioso palazzo settecentesco adiacente alla scalinata di Trinità dei Monti dove si trova ancora oggi, ha conosciuto (e superato) nel tempo, fortune alterne, e ha visto donne (sì, sempre donne :)) combattere per tenerla in vita in momenti di difficoltà come lo scoppio della prima Guerra Mondiale o la crisi di Wall Strette del 1929, o la politica anti-inglese di Mussolini...


Chiara parlava ed io vedevo le immagini scorrere davanti ai miei occhi.
Le guerre, l'avvicendarsi delle persone, i gerarchi fascisti che sorseggiavano e discutevano in prima sala mentre l'intellighenzia antifascista a pochi tavoli di distanza, in terza, dietro l'angolo, entrava e usciva dalla cucina..
E poi le difficoltà, il lavoro di tutti i giorni, le personalità importanti e i tanti successi e riconoscimenti.
E, nella perfetta mescolanza tra stile inglese e icona di romanità, Mascherino, il gatto nero che di notte viveva in Piazza di Spagna e di giorno sonnecchiava sui comodi cuscini della sala da tè e che è diventato il logo stesso di Babington's.
Me li vedevo tutti davanti, immagini che scorrono esattamente come un film.

E come un film perfettamente inglese abbiamo poi assaggiato dei tè perfettamente inglesi.
Freddi, data la stagione, e rara eccezione per me, anche zuccherati.
Anzi, li abbiamo tutti degustati prima senza nulla, poi con l'aggiunta di latte e zucchero.

Poi, dei tè assaggiati, Chiara ci ha fatto dono di quello che più ci aveva colpito, ed io ho scelto un Masala Chai tea. Ovvero una miscela indiana di tè nero, cannella, cardamomo verde, chiodi di garofano, pepe rosa.

Sono rimasta colpita dal sapore dolce, speziato e rotondo di questo tè, e, come accennavo prima, nonostante io non ami di fatto lo zucchero (o meglio non amo quando il sapore dello zucchero prevarica gli altri sapori in una preparazione), mi sono lasciata guidare da Chiara nell'aggiungervi sia questo che il latte (il Masala Chai si prepara con il latte e tradizionalmente viene bevuto dolce), e questa associazione mi ha davvero stregata.

Ecco dunque cosa ci ho fatto una volta a casa.
Un banana bread, stavolta senza burro e zucchero, ma dal sapore dolce e molto "rotondo", con la farina di farro, anche un poco di yogurt nell'impasto!

Vi lascio la mia ricetta di Masala Chai tea banana bread, e le preziose indicazioni di Chiara per preparare un perfetto tè freddo all'inglese (nel caso oggi di accendere il forno non se ne parli neppure... ;-P prossimopostinsalatapromessoooo!)

La ricetta:

Masala chai tea banana bread
Ingredienti:
180 grammi di farina di farro                                       
1/2 cucchiaino di lievito in polvere                         
1/2 cucchiaino di bicarbonato di sodio                   
un pizzico di sale
1 uovo
60 grammi di latte intero
1 cucchiaio da tavola di Masala Chai
1 banana grande e matura
60 grammi di olio di riso
60 grammi di yogurt
50 grammi di miele

Preriscaldare il forno a 180 ° C. Setacciare la farina, il lievito e il bicarbonato in una terrina, aggiungere il sale e mettete da parte.
Versare latte e chai in una casseruola e portate lentamente a ebollizione. Togliere dal fuoco e lasciare in infusione per 20 minuti. Filtrare, aggiungere il miele, mescolare e mettere da parte.
In una ciotola schiacciare la banana, poi aggiungere il latte al chai. Poi aggiungere l’olio e lo yogurt precedentemente mescolati insieme e all’uovo sbattuto.
Aggiungere il composto liquido alla farina e mescolare rapidamente fino ad ottenere un composto omogeneo.
Versare in una teglia 20 x 10 cm circa (o equivalenti) rivestita di carta da forno, oppure imburrata e infarinata, e cuocere per 1 ora abbondante o fino a quando la lama di un coltello esce pulita una volta inserita al centro del dolce.
Lasciare intiepidire una decina diminuti prima di sformare, poi trasferire su una gratella.


Una volta fredda tagliare e servire.

Per la colazione perfetto con una spolverata di zucchero a velo, mentre per l'ora del te, io ci vedo benissimo un frosting tipo questo. ;-) 



I metodi: 


METODO A CALDO
Consiste nel preparare un tè freddo partendo dal tè caldo: dato che il freddo ne attenua il sapore, si prepara un tè leggermente più forte del solito, circa 15 g di foglie per un litro d'acqua. Il tè va poi dolcificato a piacere finché è caldo secondo il proprio gusto, ben mescolato e lasciato raffreddare a temperatura ambiente.
A questo punto si può trasferire in frigo in un contenitore di vetro.
Al momento di servire, succo di limone secondo i gusti e secondo l’aroma del tè, e qualche cubetto di ghiaccio direttamente nel bicchiere.
Il metodo tradizionale a caldo è indicato per i tè neri, come Ceylon, Assam e Breakfast.

METODO A FREDDO
Il metodo a freddo è particolarmente indicato per i tè verdi, basta versare acqua a temperatura ambiente sulle foglie di tè (circa 10 g per un litro d'acqua) in una brocca, poi mescolare e lasciare in infusione nel frigorifero per tutta la notte (o comunque almeno 6-8 ore).
Filtrare e dolcificare con sciroppo di zucchero o un dolcificante liquido (essendo già freddo, lo zucchero in cristalli si scioglierebbe in questo caso con difficoltà) e aromatizzare a piacere con limone, menta o altra frutta prima di servirlo in un bicchiere con un po' di ghiaccio.

METODO ON THE ROCKS
Questo è il metodo più adatto per un'improvvisa voglia di tè freddo accompagnata anche da pochissimo tempo a disposizione per aspettare i tempi di raffreddamento.
Si procede preparando un tè a caldo, e utilizzando circa 3/4 g per un bicchiere di tè, si riempie completamente di ghiaccio un bicchiere capiente, poi si dolcifica (a piacere) il tè ancora caldo e si versa direttamente nel bicchiere con il ghiaccio. La quantità di ghiaccio è tale da far raffreddare il tè molto rapidamente, senza sciogliersi e quindi rendere meno denso il tè e annacquarne il sapore (cosa che accadrebbe mettendo poco ghiaccio: il tè non si raffredderebbe subito e la temperatura ancora tiepida lo farebbe sciogliere completamente).


Dunque ecco, buon tè a tutti!

lunedì 27 luglio 2015

mare vongole mandorli librerie

La minestra di fregola con le arselle

Ecco, che bello.

Avevo in mente questo piatto da tanto, troppo tempo.
Un piatto che sa di mare, di sale, di estate, di luce e che non vedevo l'ora di provare.

Le vongole, poi, da brava marchigiana dell'entroterra, ci ho messo, eh, a farmele andare.
Non che non mi piacessero, anzi l'esatto contrario, ma cucinarle da me, non so, chissà cosa mi diceva la testolina.
Poi qualche anno fa, in quella meravigliosa isola che è Stromboli, l'epifania: le vongole appena pescate, e il latte di mandorla.

Così i mitili sono entrati nella mia cucina abitudinariamente (chi può dimenticare - a casa mia vi assicuro nessuno ;-) - la fantastica clam chowder e les mules marinieres dell'anno scorso, per esempio?), e la loro comparsa è più che assidua l'estate, soprattutto quando ancora sono inchiodata in città, e c'è bisogno di un cibo "proustiano" che mi teletrasporti con i piedi nell'acqua e mi faccia sentire il meraviglioso rumore del mare.

Il caso vuole, questa volta, che se dell'epifania Stromboliana le vongole mi tasportino con il pensiero, le mandorle, in forma di latte, di liquore, di granita, di pesto, di crosta di arrosto, di crema al cioccolato e chi più ne ha più ne metta, mi stiano per trasportare in carne ed ossa.

Sì perché si da il caso che nella scorsa primavera (quando ancora si portava addosso il golfino ;-)), e durante un doppio appuntamento in Riviera di cui vi avevo accennato qui, dedicato alla presentazione di "All'ombra dei mandorli in fiore. Un ricettario dolce e salato ", io abbia conosciuto una libraia davvero in gamba che mi ha invitato a presentare nella sua libreria a Gabicce Mare.

E quindi ecco che la sottoscritta, vongole in pancia e mandorla in borsa, si appresta a scavalcare ancora una volta l'Appennino per andare, da Roma, in quel della Riviera Romagnola a chiacchierare un po' di mandorle, di ricette, di luoghi e cibi e paesaggi.
Ci sarà sicuramente la degustazione delle 4 cultivar di mandorle che ho imparato a conoscere durante la stesura (e la cucina!!) del libro e i miei viaggi nel Sud dell'Italia, ci sarà, offerto dalla padrona di casa e ospite perfetta, un buon bicchiere di vino, e se ce la facciamo ad organizzarci con la logistica la sottoscritta preparerà "live" una semplice (ma anche davvero esaltante) ricetta tratta dal libro.

Per chi a primavera non era riuscito a partecipare alle presentazioni di Pesaro e Rimini (ma anche per chi c'era e vuole tornare!), la libreria che ci ospiterà è quella di Metella Orazi, e si chiama Sogni e Bisogni (Gabicce Mare).



Il posto è davvero delizioso, e la loro programmazione di eventi è davvero interessante (buttateci un occhio e se non fate in tempo a venire per le mandorle, per chi è di zona, consiglio un salto per gli altri eventi... io vorrei fermarmi e seguirli tutti!)

Quindi allora, riassumendo:

  • per le mandorle, il mare, il libri e quei meravigliosi posti che sono le librerie l'appuntamento è:

Giovedì 30 luglio ore 21.00
Gabicce Mare 
Libreria Sogni e Bisogni
Vittorio Veneto 70 

Giorgia Del Bianco presenta:

All'ombra dei mandorli in fiore. 
Un ricettario dolce e salato

di Rossella Venezia, blogger, fotografa e autrice 

E ulteriori informazioni si possono leggere anche QUI.

  • mentre per le vongole, e sempre il mare ma stavolta come trasportarselo in città al solo assaggio di un piatto semplice e buonissimo la ricetta è la seguente, ed è tratta, para-para, dal blog della mia amica Barbara (che sarebbe anche la reginetta delle zuppe, delle vellutate  e delle minestre, e scusate se è poco ;-)):

MINESTRA DI FREGOLA CON LE ARSELLE
Ingredienti per 4 persone:
1 chilo abbondante di vongole veraci e freschissime
200 g circa fregola sarda
1 spicchio d'aglio
qualche ciuffo di prezzemolo
1 peperoncino
1 bicchiere di vino bianco
8 pomodori ciliegino 
olio e.v.o, sale, pepe nero macinato al momento 

Far spurgare bene le vongole mettendole a bagno in acqua e sale per almeno un paio d'ore. Quando si saranno aperte o dischiuse, sciacquarle abbondantemente in acqua corrente per lavare gli ulteriori residui sabbiosi.
Tritare molto finemente il prezzemolo (lasciandone da parte un rametto) insieme allo spicchio d'aglio. 
In un tegame, far scaldare 2-3 cucchiai d'olio e far soffriggere il trito di aglio e prezzemolo con il peperoncino tagliato a pezzetti. 
A questo punto buttare nella pentola le vongole ben scolate e asciugate, coprire con il coperchio e aspettare qualche minuto che le vongole inizino a schiudersi. Quando saranno tutte ben aperte, versate il vino bianco e lasciate evaporare l'alcol. Unite i pomodorini divisi a metà e fate cuocere per qualche altro minuto. 
Salate pochissimo (Barbara dice pochissimo, io ho salato zero e aggiustato di sale dopo, ma solo perché uso il sale con molta parsimonia :)) e allungare con circa un litro abbondante di acqua calda, fino ad ottenere la consistenza di un bordino liquido. 
Unire la fregola e far cuocere per 10 minuti. 
Spegnere e lasciar riposare. 
Se dovesse risultare troppo asciutta, aggiungete un pochino di acqua tiepida. 
Servire la zuppa appena tiepida decorando con il restante prezzemolo tritato, un filo d'olio a crudo e pepe macinato al momento.  



E' strabuona.

E preparatevi che io questa fregola sono decisa a ripropinarvela in varie salse, tanto mi è piaciuta... :)


martedì 7 luglio 2015

le donne della mia vita, un libro e il mio personale corso accelerato di cucina romagnola...

Oggi niente ricetta eppure tante ricette.
Niente cucina e tutte le cucine.
Niente storia e mille storie. Se così si può dire.

Oggi mi va tanto di parlarvi di un libro fresco fresco di stampa, e della sua storia, per me, e di come è accaduto che io vi partecipassi, cucinando e fotografando alcune delle ricette in esso contenute, per LT Editore.

Si tratta del libro di Maria Pia Timo, che molti di voi conosceranno per le sue puntate culinarie su Alice TV, per la sua partecipazione al programma televisivo Bulldozer, a Quelli che... il calcio, ed ora a Zelig.

Il libro La Vespa Teresa. Ricette e storie di donne di Romagna, prende il nome dal programma culinario che Maria Pia tiene su Alice TV, ed è entrato nella mia vita in modo quasi rocambolesco.
Anzi, a dirla tutta, è entrato, io ho provato a cacciarlo dalla porta, ma lui è rientrato dalla finestra..
Questo perchè come spesso capita in questi casi i tempi del "cotto e fotografato" sono davvero molto serrati, ed io, per il periodo in cui avrei dovuto cucinare e scattare, ero già bella carica di lavoro mio in ufficio e di lavoro di fotografia...

Quindi, di primo acchito, calendario alla mano, il mio pensiero netto e razionale è stato "no, non ce la faccio".

Nel frattempo però, cosa era successo?
Era successo che Marta, l'editor (grazie Marta, quante volte dovrò ringraziarti per averlo fatto????) mi aveva già mandato i testi. Le "ricette", direte voi, e infatti io quelle mi aspettavo, ma per questo libro, le ricette e i testi sono un tutt'uno, quindi a me insieme ad ogni piatto mi arrivavano anche una storia, una donna, e un luogo.

Questa è stata la magia che mi ha incatenata.
Nel libro ogni ricetta è introdotta (e porta con sé) un racconto di una donna, e un luogo della Romagna.
Racconti che non solo contestualizzano il piatto come storia o aneddoto, ma a volte anche come ingredienti e procedimenti.
Ricette semplici e di casa che a me hanno fatto tanto pensare (per contiguità geografica con le mie Marche) alle mie donne di casa, a come venivano tramandate le ricette prima dell'era di internet libri e televisione, e a come fosse necessario a volte arrangiarsi in cucina con ciò che di schietto (o anche povero) questa poteva offrire (come il pollo, patate e frizai), altre volte invece valorizzare in un giorno di festa tanti ingredienti "ricchi" (ricchi come abbondanza e disponibilità rispetto alla fatica di un giorno lavorativo qualunque) insieme (come i tortelli di San Lazzaro ripieni di frutta secca e candita e serviti imbevuti nella Sapa).

Insomma questo libro che raccoglie le strainteressanti puntate (e strainteressanti ricette regionali) che Maria Pia raccoglie nel suo programma, visitando le case delle signore (le adzore) romagnole, ha toccato il mio cuore e mi ha fatta innamorare, così come mi ha fatto innamorare cucinarlo (sì, tra una crisi isterica e l'altra, ma sempre innamorata ero! ;)), e venendoci incontro il più possibile con l'editore sui tempi, è iniziata l'avventura.

Per parlarvene oggi voglio fare però una cosa.
Un esercizio di scrittura e sentimento (se il sentimento si può esercitare).
Mentre cucinavo questo libro, un po' per la vicinanza geografica a cui accennavo sopra e per i sapori simili alle ricette di casa mia, un po' per mia predisposizione a far volare il pensiero via, ad associare da sempre anche io ricette a cose a persone e a luoghi, mi sono venute in mente donne importanti della mia vita, e allora ho deciso di scegliere alcune delle mie foto (e delle mie ricette preferite del libro di maria Pia), e dedicarle a queste donne della mia vita, o donne che nella realizzazione di questo libro sono state vitali per me.
Esattamente come Maria Pia fa nel suo libro: una donna, un luogo, un piatto.

Poi la storia vera di tutti questi piatti, e il modo in cui realizzarli, se vi andrà, potrete trovarle nel libro stesso (La Vespa Teresa. Ricette e storie di donne di Romagna).

Queste a seguire sono "solo" le mie dediche delle strepitose ricette che ho avuto la fortuna di cucinare per Maria Pia... :).

Ancora grazie dunque a lei e a LT Editore!

L'Aurelia di Fabriano e i quadrucci coi piselli.

Mia nonna Aurelia era una grande cuoca.
Era famoso il detto che bastava che mettesse a bollire l'acqua per la pasta che quest'ultima "profumasse". Io purtroppo non ho mai potuto assaggiare un suo piatto, perchè si è ammalata prima che nascessi (questo non mi ha impedito però di conoscere la sua forza e la sua dolcezza, elementi fondamentali nella crescita di una nipotina, forse al pari e più del buon cibo!), ma la mitologia che accompagna la sua presenza di regina in cucina credo valicherà gli anni e i secoli, attraverso i racconti di mia madre e mio padre, che passeranno per me e le mie sorelle, e poi per i nostri figli, e così di seguito...
Nonna era famosa per molti piatti (epici i piccioni ripieni, tanto per fare un esempio), tra cui i quadrucci in brodo.
Io 'sta cosa qua dei quadrucci non la capivo. Cioè potevo intuirla, potevo sentirne l'aura nei racconti, ma l'ho potuta capire fino in fondo solo il giorno che ho cucinato e assaggiato questi che vedete in foto. Ho capito che erano loro, o quanto di più vicino una nipote che non aveva mai assaggiato direttamente potesse riprodurre.
Li ho gustati, e mi è venuto alla memoria un ricordo che non potevo avere. Una sensazione come restituita.
Ho chiesto a mamma "sono loro?" e lei ha detto "sì, li faceva così".
Io mi sono emozionata e questo è stato il primo regalo che questo libro mi ha fatto.


L'Antonella di Lucca e lo sformato ai quattro formaggi coi crostini ai fegatini

Antonella è mia sorella, e non è esattamente di Lucca ma vive lì, o meglio nella campagna lucchese.
Mi manca da impazzire e la penso ogni giorno.
In generale per tutte, e dico tutte, le ricette del libro ho pensato "questa andrebbe bene per Anto".
Avete presente quelle ricette di casa? Quelle che si fanno e si possono fare tutti i giorni, che ci cresci i figli, che sfamano il marito stanco al rientro dal lavoro, che puoi realizzare anche se non hai l'esatto peso e la lista completa degli ingredienti?
Eccole, sono così, e vanno tutte bene per mia sorella, così bene che io 'sto libro gliel'ho accattato per il compleanno (sì, quel compleanno della torta di qualche giorno fa), e fra qualche giorno glielo do, ehehheh... Non vedo l'ora.
A lei (oltre al succitato pollo patate e frizai, ricetta che mi ha folgorato) dedico questo sformato con crostini ai fegatini di pollo, che fa anche tanto Toscana, no?


L'Irene di Bologna e il latte brulé

Irene è l'altra sorella. 
"La piccola", come la chiamiamo tutti.
Lei è a Bologna e che fatica vi giuro essere tre sorelle come noi sparpagliate ai tre cantoni del centro Italia (che belle città, però! ;-P).
Le piacciono i sapori dolci e le torte dalla consistenza umida e morbida.
Le piace il caramello, "ma solo da quando hai cominciato a farlo tu", e questo dolce al cucchiaio va dritto dritto nella lista di dolci da fare A LEI, perchè sa di antico, di setoso, di coccolo, di semplice e sorprendente come solo un latte "cotto" sa essere... <3


La Marina di Rimini e i fiori di zucca con la crema fritta e le frittelle con le erbe

Quando ho letto che per fare questa ricetta ci volevano "gli strigoli (o stridoli)", momenti mi viene un colpo.
Provate ad immaginare: poco tempo per fare spesa cucinare fotografare postprodurre consegnare. Cercare le castagne ad aprile, cercare la lepre, cercare di imbonire macellai, cercare il castrato, cercare erbe spontanee che a Roma centro città così spontaneamente non si trovano, ma soprattutto decodificarle, queste ultime.
E poi in questo spettacolare casino, lei. Lei che solo che ti parla ti calma. E ti fa bene. E ti dice mannò vedrai che ce la fai. E se posso fare qualcosa per aiutarti...
E insomma qualcosa per aiutarmi lo ha fatto eccome: accompagnarmi nella ricerca di libri sulla cucina romagnola nella sua libreria preferita a Rimini, rispondere a messaggi sconnessi sulla filologia del taglio degli strichetti in piena notte, e spedire "direttamente dall'orto di famiglia" di strigoli e borragine, che sono arrivati a casa mia nientepopodimeno che col corriere...
Queste sono le cose che ti fanno sentire vicine le amiche. Come fossero esattamente lì, con le maniche tirate su e il grembiule addosso, a cucinare accanto a te...


La Giovanna (ancora) di Fabriano e la polenta "del Manzoni"

La Giovanna è mia mamma. Ed è di Fabriano pure lei (vabè, come me e le mie sorelle solo che noi al momento siamo un po' sparpagliatine... ;-P).
Da lei ho imparato che tutto si può aggiustare. Che i passi vanno fatti uno alla volta (e i pensieri pure, e i nodi anche, si dipanano uno alla volta) e non bisogna mai e poi mai disperare.
La polenta che vedete in foto è per me il ricordo dell'acme degli psicodrammi legati al libro (quando ci lavoravo avevo almeno una crisi isterica al giorno, più o meno intorno alle 16, quando ti rendi conto che sei indietrissimo sul lavoro pianificato, sei già distrutta, e devi chiudere la giornata e pianificare le ultime cose della spesa del successivo).
Il corriere da Rimini (vedi "La Marina di Rimini, qui sopra ;)) se l'era presa comoda, e stava arrivando con qualche giorno di ritardo (non si sa bene quando, col risultato che le erbe sarebbero entrate in cucina un po' avvizzite, alla migliore delle ipotesi, o all'inizio della putrefazione, alla peggiore, e che qualsiasi cosa stessi facendo avrei dovuto mollare tutto per armare altro piatto ed altro scatto, se volevo salvare il lavoro... Ovviamente sono arrivate nel momento clou di questa polenta.
Tutto ha subito un'accelerazione, e stavo girando lo stampo nel piatto (raccomandandomi a tutti i santi che avevo in Paradiso affinchè si staccasse bene e senza perdere pezzi nello stampo stesso) quando questo (insomma quello giallo che vedete in foto) mi è caduto sul tavolo.
Un piccolo "volo" di quanto, 15, 20 cm? Sapete quando qualcosa vi scivola di mano per la stanchezza? Una cosa da nulla che però con il peso della polenta dentro e quella casualità per cui lo stampo tocca il tavolo in un suo punto "strutturale", tutto vi va in mille pezzi in un secondo.
Mezzo stampo distrutto e quasi mezza polenta distrutta.
Lacrime immediate e manine che coprono la faccia affondata dentro (perchè non solo, ad avere tempo, devi rifare la ricetta, ma in quale stampo ora che lo hai fracassato?).
Ma ecco che intervengono gli insegnamenti della Giovanna di Fabriano: non disperare mai, fai un respirone, rifletti, e prova ad aggiustare.
Separa la polenta dalle schegge di stampo (immaginate poi che fine ha fatto, la polenta in questione ;)), ricomponi come puoi lo stampo (ancora caldo, con l'attack), cerca di non incollarti le dita (più o meno...) che il pronto soccorso per scollartele oggi proprio non possiamo permettercelo, cerca di ricomporre la polenta (senza attack ;)), cerca di inquadrare stampo e polenta in modo che il disastro sia minimizzato, ed infine, che il dio di photoshop sia con te!

Grazie mammina, non sai quanto c'è di te in tutto il mio lavoro ogni giorno... :-*





















































La Barbara di Milano e gli strichetti col ragù di fegatini.


Beh, Barbaretta mia non è esattamente di Milano.
Cioè anche sì, ma anche un po' francese, se vogliamo.
Ad ogni modo Barbaretta mia è di Roma, per me.
Così di Roma che Roma per me è diversa da quando c'è lei.
Avete presente ne Il Piccolo Principe quando lui parla del senso dell'addomesticare? Dice che addomesticare è "creare legami". Ecco, Barbara mi ha permesso, finalmente e dopo tanti anni, di addomesticare Roma. E', lei, uno dei miei legami a questa città a volte troppo grande e difficile per me, che diventa piccola e percorribile quando ci "incontriamo a metà strada" per scambiarci "un pezzo di legno e una rotella tagliapasta antica. Per fare due chiacchiere, per raccontarci quale sarà la prossima reciproca avventura culinaria e/o fotografica, e per guardarci negli occhi e capire il detto e il non detto.
Ecco, questa foto è anche un po' sua. Il legno è il suo, la rotella tagliapasta è la sua. E il libro, o meglio le foto di questo libro che ho scattato io, le devo anche un po' a lei, alla sua generosità e al suo possibilismo che finisce per contagiare, ogni volta, anche me, e a convincermi a buttare il cuore oltre l'ostacolo...


La Rossella di Roma e i tortelli di San Lazzaro.

Come la Barbara non è esattamente di Milano, la Rossella, cioè la sottoscritta, non è esattamente di Roma.
La Rossella è marchigiana come molte delle donne di cui ho parlato in questo post (anche Marina lo è in parte!!!), ed è forse anche a questa marchigianità, oltre a tutto quello che vi ho raccontato finora (che, ehm, non è pochissimo ;)) che devo il senso che questo libro ha avuto per me.
Ho scelto questa ricetta per parlare delle Rossella, che sì, vive a Roma, ma il suo cuore è sempre un po' dall'altro lato dell'Appennino, e quando si è dovuta ingegnare a capire come davvero si chiudono i tortelli di San Lazzaro, guardando questo video, ha sorriso a lungo, e mentre li cucinava, si è sentita come a una di quelle feste paesane dove stuoli di donne una accanto all'altra chiudono tortelli e chiacchierano tra loro, oppure, date le dosi a volte generose di queste ricette, in quelle grandi cucine di una volta, dove tutte le donne della famiglia (in genere almeno un tre generazioni) si mettono una accanto a l'altra a parlare, lavorare sedute, e tramandare i gesti, l'ingrediente forse più importante di tutti....

Il profumo della frutta secca, la frolla morbida, i tortelli in fila sulla spianatoia, ad uno ad uno, la musica da balera nella mia testa (il cibo e la musica sono il vero teletrasporto, secondo il mio modesto parere... ;-P), l'intingerli alla fine nel mosto cotto, la Sapa, mi ha restituito in questo piatto (uno degli ultimi che ho cucinato per il libro) tutto quello che del libro avevo intuito fin dall'inizio: che mi avrebbe fatto innamorare di una cucina che già in parte era nelle mie origini, che mi avrebbe fatto scoprire che so cucinare (e fotografare) cose che non avrei mai immaginato, e che questo lavoro ti toglie tanto, ma ti regala sempre il doppio!

Per la colonna sonora di questi tortelli, e per vedere anche voi come si chiudono, cliccate qui. ;-)

E buon divertimento (oltre che buona lettura e buon appetito!)!!!



giovedì 25 giugno 2015

Insalata con pomodori datterini gialli e rossi, sgombro e mozzarella di bufala.

Ora sì che ci siamo con l'estate e le non ricette estive!

Come una vera non ricetta è giusto un accucchiamento di cose (buone) insieme.

Con l'aggravante (o il miglioramento) che la non ricetta è stata "elaborata" partendo da qualche "avanzo" di set, a cui la sottoscritta voleva aggiungere pesce e mentre stava scattando (ore 20.10 e casa piena di cibo ma di una cena nemmeno l'ombra), al Monsieur Patou che si aggirava famelico, e tutta uno sbattere di ciglia :), aveva anche avuto il coraggio di chiedere un "salto al supermercato a prendere lo sgombro"). 
[Grande stratega Vaniglia: metodo per aggiungere un ingrediente fondamentale per la cenetta che vedete in foto, ma anche per tenere occupato il messere e, ultima ma non ultima cosa, guadagnare altri 15-20 minuti per ultimi scatti e cercare di liberare un piano orizzontale della casa in cui apparecchiare. So' tre cose in una, manco un ovetto Kinder è così prestazionale, e pure pensate così, all'impronta!].


Ovviamente anche i geni hanno dei limiti ;-P : la sottoscritta intendeva delle alicine marinate (di quelle pronte al banco frigo e sottovuoto nella loro marinatura), mente al pover'uomo diceva "sgombro", quindi il tipo non solo è stato costretto a presentarsi al supermercato in orario di chiusura (cosa che il gentiluomo ritiene molto scortese per i lavoranti, che peraltro guardano in cagnesco chiunque entri dopo le 20,15 anche solo per un litro di latte), ma anche ad intervistare mezzo supermercato per capire cosa fossero 'sti sgombri già belli e pronti "in una confezione trasparente al banco frigo".
Alla fine della fiera (con l'aiuto anche dell'intero reparto pescheria) il paziente cavaliere torna con dell'ottimo sgombro in scatola, e la principessa (che nel frattempo aveva guadagnato non più 15 ma ben 30 minuti e rassettato almeno in minima parte l'immane casino che manco un reggimento avrebbe potuto montare in casa), apparecchiato e tagliato in due le ovoline di bufala e i pomodori datterini, con l'aria più candida del mondo (e col solito sbattere di ciglia) lo guarda lo saluta e fa "Hai visto? Ho già fatto e la cena è pronta!" <3

Quindi, ehm, ecco, la ricetta in sostanza prevede semplicemente di mescolare in una insalatiera un po' di pomodori datterini gialli e rossi tagliati a metà, qualche ovolina di bufala anch'essa tagliata a metà, qualche trancio di sgombro in scatola, di condire poi con olio extravergine d'oliva, sale, prezzemolo tritato, amore e facciatosta.

Una bella birra fredda male non ci sta affatto. ;-)





lunedì 22 giugno 2015

Torta per mia sorella: fragole e triplo cioccolato.

Io e Antonella siamo nate a giugno.
A pochi giorni e due anni di distanza.
Ma entrambe a giugno.

Siamo due "gemelle diverse".
Tutt'ora alcune persone confondono l'una per l'altra, da piccole ci scambiavano spesso per gemelle, e in quegli anni dell'infanzia in cui una femminuccia può essere scambiata anche per maschio e in cui avevamo entrambe i capelli cortissimi anche per "gemelli".

Eppure abbiamo dei caratteri molto diversi: lei sa ascoltare, io so parlare. Lei sa capire, io ho bisogno di essere capita. Lei si ferma a riflettere, io voglio fare tutto e subito. Lei è severa, io indulgente. Lei è impegnata, generosa, io a volte frivola, e spesso troppo presa da me stessa.
Lei è paziente, io prendo fuoco in un attimo. Lei è "naturale", io "sofisticata". Lei ricorda le parole, io ho memoria solo per le immagini. Lei tiene tutto dentro (è bravissima nel farlo, ma non con me, a me non mi frega :)), è una cassaforte, io butto tutto fuori, sono una cassa di risonanza. Lei sembra la maggiore, io la minore, ma è viceversa. Lei ha un cuore di burro, a me riesce invece così bene a volte essere impermeabile...

Siamo gemelle nel senso in cui siamo due facce della stessa medaglia, ovvero qualcosa che perderebbe la sua tridimensionalità se mancasse "l'altro lato". Qualcosa che manco più esisterebbe (e Irene, la piccola, è il nastro che tiene appesa quella medaglia).
Quando eravamo bambine l'estate iniziava con i nostri compleanni, e con la comparsa delle fragole in casa.
Mamma ci faceva una torta. Aspettavamo qual momento da Natale, si può dire.


La torta era composta da un pan di spagna (la "mezzora", si chiamava, presumo perché si faceva in mezz'ora, ma la mia fantasia di bambina con un po' troppa attitudine all'astrazione geometrica se la immaginava sempre come un disco tagliato a metà, in due mezzi cerchi, "mezz'ora", appunto, nella mia testolina) farcito all'interno e sopra con la crema pasticcera che fa lei, mamma, di quelle belle solide a con la scorzetta del limone dentro, con pezzetti di fragole all'interno e fragole anche sopra.

Era la festa, la coccola, quella torta dedicata a noi e che era uguale per tutte e due. "Se trovo le fragole", diceva mamma ogni anno. E le fragole le trovava e la torta immancabilmente arrivava a tavola.

Quel dolce "uguale per tutte e due" ha un po' contribuito a questo nostro essere "gemelle diverse". Il giorno e la notte (ma apparentemente identiche "alla distanza"), che però sono capaci di sentire insieme, pensare in contemporanea la stessa (futile o importante che sia) cosa, patire un dolore fisico o psicologico senza capire il perché solo perché la sorella non sta bene in quel momento (vicina o lontana che sia, senza saperlo, ma avvertendolo), e quindi oggi (cioè ieri) ho pensato di farla, alla distanza appunto, perché io sono qui a Roma inchiodata a un paio di set fotografici e lei è in Toscana, ma ieri (cioè l'altroieri ;-P) era il suo compleanno, e quindi come mia suocera mi aveva insegnato, una torta può superare anche grandi distanze, e quindi ecco, la torta di compleanno per mia sorella, in versione cioccolato (ma che dico cioccolato, triplo cioccolato!), piuttosto che "chiara".




E' facile facile da fare, bella bella da guardare, buona buona da mangiare.

Torta di compleanno con fragole e triplo cioccolato
ingredienti*
100 g di farina “00”
2 cucchiai di cacao amaro in polvere
10 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
2 uova
90 g di zucchero semolato
1 baccello di vaniglia
60 g di burro fuso freddo
40 g di panna fresca
ganache al cioccolato (usare la crema al cioccolato di questa ricetta QUI)
un paio di scacchi di cioccolato fondente al 70%
qualche fragola per decorare

Setacciare la farina con il lievito e il sale. Aggiungere il cacao amaro e mescolare.
A parte amalgamare le uova con lo zucchero e i semi estratti dal baccello di vaniglia.
Aggiungere il composto a base di uova alla farina e amalgamare bene.
Unire il burro fuso agli altri ingredienti, poi la panna.
Mescolare fino a ottenere un composto omogeneo.
8 Preriscaldate il forno a 180°C.
Foderare con carta da forno (o imburrare e infarinare) uno stampo a bordi alti e dal diametro di 16-18 cm poi distribuirvi l’impasto Cuocere per 40 minuti circa o finché immergendo nel centro della torta la lama di un coltello, questa non ne esce pulita.
Lasciar intiepidire prima di sformare e lasciar raffreddare completamente prima di tagliare in due dischi.
Farcire l’interno della torta con la una parte (un po’ meno della metà) della ganache al cioccolato, e usare la restante parte per rivestire il sopra e i lati della torta.
Grattugiare (con l’aiuto di un pelapatate) il cioccolato fondente sopra alla torta e decorare con le fragole tagliate a spicchi**.

* con queste dosi vengono 8 porzioni. Per più commensali o commensali affamati, consiglio di fare una dose "a tre uova" invece che due, e cuocere in uno stampo dal diametro di 20 cm (prolungando anche un po', se occorre, i tempi di cottura.

**le fragole si possono mettere anche nello strato interno della torta, mi è venuto in mente solo quando ho fatto la foto della fetta, ma mi pare in generale una buona idea J


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